L’immigrazione non è soltanto manodopera: il limite della strategia industriale italiana

Il rapporto tra immigrazione e politica industriale merita di essere affrontato con maggiore serietà. È vero che una parte rilevante del sistema produttivo italiano manifesta una crescente necessità di lavoratori stranieri, soprattutto nei settori caratterizzati da forte intensità di manodopera, difficoltà di reperimento del personale e progressivo invecchiamento della popolazione. Da questa constatazione, tuttavia, non può derivare la conclusione che l’immigrazione debba essere governata esclusivamente sulla base delle esigenze delle imprese.

L’errore della politica italiana consiste proprio nell’avere trasformato il fabbisogno di manodopera nel principale criterio di programmazione degli ingressi. Il decreto flussi continua a considerare lo straniero anzitutto come forza lavoro, subordinando l’ingresso all’esistenza di un’offerta occupazionale, ma senza collegare stabilmente la permanenza a un percorso serio e verificabile di integrazione. Non vengono adeguatamente misurate la conoscenza della lingua italiana, la comprensione delle regole fondamentali della convivenza, la qualità dell’inserimento abitativo e sociale o l’effettiva partecipazione alla comunità.

Il lavoro è certamente una componente essenziale dell’integrazione. Garantisce autonomia economica, riduce la dipendenza dal sistema assistenziale e consente allo straniero di contribuire alla produzione della ricchezza collettiva. Ma non è sufficiente. Una persona può lavorare regolarmente e, nello stesso tempo, vivere in una condizione di isolamento linguistico, culturale e sociale. Può essere utile all’economia senza essere realmente inserita nella comunità nazionale.

La visione economicista riduce così l’immigrato a un’unità produttiva intercambiabile. Le imprese valutano legittimamente la necessità immediata di personale; lo Stato deve invece considerare anche gli effetti di lungo periodo degli ingressi autorizzati. Deve interrogarsi sulla stabilità del lavoro, sulla sostenibilità dei salari, sulla disponibilità di abitazioni, sulla capacità delle scuole e dei servizi pubblici, sui ricongiungimenti familiari e sulla coesione sociale dei territori.

Una strategia industriale seria non dovrebbe domandarsi soltanto quanti lavoratori stranieri siano necessari, ma per quali settori, con quali contratti e all’interno di quale progetto di sviluppo. Una parte dell’economia italiana continua infatti a richiedere immigrazione per sostenere attività fondate su bassi salari, scarsa produttività e ridotti investimenti tecnologici. In questo modo, il ricorso alla manodopera straniera rischia di diventare lo strumento con cui si rinvia la modernizzazione del sistema produttivo.

Il problema non è costituito dai lavoratori immigrati, che accettano le opportunità concretamente disponibili, ma da un modello economico che considera inesauribile la possibilità di importare nuova forza lavoro, senza affrontare le proprie debolezze strutturali. Invece di investire in formazione, innovazione, automazione e miglioramento delle condizioni occupazionali, alcuni settori sembrano affidarsi alla disponibilità continua di persone disposte ad accettare lavori poco remunerati e spesso precari.

Questa impostazione produce una doppia distorsione. Da una parte espone gli stranieri al rischio di sfruttamento, lavoro nero e marginalità. Dall’altra trasferisce sulla collettività i costi sociali di ingressi programmati sulla base delle sole esigenze aziendali.

Il decreto flussi rappresenta chiaramente questa contraddizione. L’ingresso viene autorizzato in funzione di un rapporto di lavoro che può rivelarsi inesistente, fragile o di breve durata. Quando il rapporto cessa, il lavoratore può perdere rapidamente la propria stabilità economica e amministrativa, scivolando verso l’irregolarità. Lo Stato, che aveva programmato l’ingresso per soddisfare una necessità produttiva, non dispone poi di un sistema capace di governare l’intero percorso successivo.

Per questo la politica industriale e quella migratoria devono essere coordinate, ma non confuse. Il bisogno delle imprese può costituire uno degli elementi da considerare, non il criterio esclusivo. Gli ingressi dovrebbero essere collegati alla qualità del lavoro offerto, alla capacità di accoglienza dei territori e alla previsione di percorsi obbligatori di integrazione linguistica, civica e sociale.

Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce precisamente dalla necessità di superare questa visione riduttiva. L’immigrazione non può essere trattata né come emergenza permanente né come semplice risposta alle esigenze del mercato del lavoro. Chi arriva deve avere la possibilità e il dovere di costruire un percorso effettivo, fondato sul lavoro, sulla lingua e sul rispetto delle regole.

Quando tale percorso procede positivamente, lo Stato deve riconoscerlo e sostenerlo. Quando, invece, viene rifiutato o si dimostra definitivamente fallito, deve esistere una politica di ReImmigrazione legale, individualizzata ed effettiva.

La vera questione, dunque, non è scegliere tra crescita economica e controllo dell’immigrazione. È comprendere che un’economia che utilizza lavoratori stranieri senza costruire integrazione genera precarietà anziché sviluppo.

Una nuova strategia industriale è necessaria, ma non sarà sufficiente finché continuerà a considerare l’immigrazione soltanto come una riserva di manodopera.

L’Italia non ha bisogno semplicemente di più lavoratori. Ha bisogno di persone realmente integrate in un sistema produttivo moderno, stabile e capace di guardare oltre le convenienze immediate.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

Commenti

Lascia un commento