La decisione del Governo spagnolo di procedere a una regolarizzazione straordinaria di cittadini stranieri irregolarmente presenti sul proprio territorio non può essere liquidata come una questione di politica interna. In uno spazio europeo caratterizzato dall’assenza di controlli alle frontiere interne e fondato sul principio della fiducia reciproca tra gli Stati membri, una misura di questa portata è destinata a produrre effetti che travalicano inevitabilmente i confini nazionali. Madrid decide, ma le conseguenze sono destinate a interessare l’intera Unione europea.
Secondo i dati diffusi dal Governo spagnolo, le domande presentate nell’ambito della procedura di regolarizzazione hanno superato il milione, un numero largamente superiore alle previsioni iniziali. A tale dato si aggiunge la prospettiva di un significativo incremento dei ricongiungimenti familiari, che, secondo alcune stime riportate nel dibattito pubblico, potrebbe determinare un aumento considerevole della popolazione straniera regolarmente soggiornante. Al di là dell’esattezza delle proiezioni numeriche, è evidente che la questione non riguarda più soltanto la Spagna, ma investe direttamente il funzionamento della politica migratoria europea.
Sarebbe giuridicamente scorretto sostenere che una regolarizzazione sia, di per sé, vietata dal diritto dell’Unione. Gli Stati membri conservano infatti un margine di autonomia nella disciplina dei titoli di soggiorno e delle procedure di regolarizzazione. Tuttavia, tale autonomia non può essere letta come una competenza assoluta, svincolata dai principi fondamentali dei Trattati. L’immigrazione costituisce ormai un settore nel quale le competenze nazionali convivono con una politica comune europea, disciplinata dagli articoli 67, 79 e 80 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea.
Proprio per questa ragione la questione non può essere affrontata esclusivamente sotto il profilo della legittimità interna della normativa spagnola. Occorre chiedersi se una regolarizzazione di dimensioni eccezionali, destinata a incidere indirettamente sull’intero spazio Schengen, sia compatibile con gli obblighi di leale cooperazione tra gli Stati membri e con gli obiettivi della politica comune dell’immigrazione.
L’articolo 4, paragrafo 3, del Trattato sull’Unione europea impone agli Stati membri di collaborare lealmente con l’Unione e con gli altri Stati nell’attuazione degli obiettivi comuni, astenendosi da comportamenti idonei a comprometterne il conseguimento. Non si tratta di una disposizione meramente programmatica. La Corte di giustizia ha più volte affermato che il principio di leale cooperazione costituisce uno dei cardini dell’ordinamento europeo e impone agli Stati non soltanto obblighi positivi di collaborazione, ma anche obblighi negativi di non interferenza rispetto agli interessi comuni dell’Unione.
È quindi legittimo domandarsi se uno Stato membro possa adottare unilateralmente una regolarizzazione di massa senza alcuna preventiva forma di coordinamento con la Commissione europea e con gli altri partner europei, pur essendo perfettamente consapevole che gli effetti della misura non resteranno confinati entro il proprio territorio nazionale.
La questione assume un rilievo ancora maggiore se si considera il funzionamento dello spazio Schengen. Un permesso di soggiorno rilasciato dalla Spagna non attribuisce automaticamente il diritto di stabilirsi in qualsiasi altro Stato membro. Sarebbe inesatto sostenere il contrario. Tuttavia, il rilascio del titolo determina comunque l’ingresso del beneficiario nella categoria dei cittadini di Paesi terzi regolarmente soggiornanti nell’Unione europea, consentendo la circolazione nei limiti previsti dal diritto europeo e costituendo il primo passo verso forme di soggiorno sempre più stabili, compreso il possibile conseguimento dello status di soggiornante di lungo periodo.
In altre parole, la regolarizzazione produce inevitabilmente effetti che non possono essere considerati esclusivamente spagnoli. Essa modifica progressivamente la composizione della popolazione regolarmente residente nell’Unione e può incidere, nel medio e lungo periodo, sui sistemi di welfare, sul mercato del lavoro, sulle politiche di sicurezza, sulla mobilità intraeuropea e, più in generale, sulla tenuta dell’intero sistema Schengen.
Ed è proprio qui che emerge la principale criticità della scelta compiuta dal Governo Sánchez.
La procedura di regolarizzazione appare infatti costruita essenzialmente sulla presenza pregressa nel territorio spagnolo e sull’assenza di condizioni ostative di carattere penale o di sicurezza. Manca, invece, un autentico percorso di integrazione quale presupposto per il consolidamento del diritto al soggiorno.
La regolarizzazione documentale non coincide con l’integrazione sociale.
Un cittadino straniero può essere perfettamente regolare dal punto di vista amministrativo senza conoscere la lingua del Paese ospitante, senza aver acquisito un’effettiva autonomia lavorativa, senza aver sviluppato un reale inserimento sociale e senza aver maturato quella conoscenza dei valori fondamentali dell’ordinamento democratico che costituisce il presupposto di una convivenza stabile.
L’integrazione non dovrebbe essere considerata una conseguenza eventuale della regolarizzazione. Dovrebbe rappresentarne una condizione essenziale.
Un sistema realmente orientato alla stabilità sociale avrebbe potuto prevedere un primo titolo temporaneo subordinato alla frequenza obbligatoria di corsi linguistici e civici, alla dimostrazione dell’effettivo inserimento lavorativo, alla disponibilità di un alloggio adeguato, al rispetto degli obblighi scolastici dei figli minori e alla verifica periodica dei progressi raggiunti. Solo all’esito positivo di tale percorso avrebbe dovuto consolidarsi il diritto a un soggiorno stabile e, successivamente, l’accesso agli ulteriori istituti previsti dall’ordinamento, compreso il ricongiungimento familiare.
La scelta spagnola sembra invece seguire una logica inversa: prima la regolarizzazione, poi – eventualmente – l’integrazione.
È un’impostazione che rischia di confondere due concetti profondamente diversi.
Regolarizzare significa attribuire uno status giuridico.
Integrare significa costruire una relazione stabile tra individuo, comunità e ordinamento.
Le due dimensioni non coincidono e non possono essere considerate automaticamente sovrapponibili.
Questa riflessione conduce inevitabilmente a un ulteriore interrogativo.
L’articolo 80 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea stabilisce che la politica dell’Unione in materia di immigrazione deve essere governata dal principio della solidarietà e dell’equa ripartizione delle responsabilità tra gli Stati membri.
Normalmente tale principio viene invocato dagli Stati di primo ingresso per ottenere una maggiore condivisione degli oneri migratori.
Ma la solidarietà non può funzionare in una sola direzione.
Non può significare che uno Stato decida autonomamente di ampliare in misura straordinaria la platea dei cittadini stranieri regolarmente soggiornanti e, successivamente, ritenga che le eventuali conseguenze della propria scelta debbano essere assorbite dall’intero sistema europeo.
Solidarietà significa anche responsabilità.
Responsabilità significa valutare preventivamente l’impatto delle proprie decisioni sugli altri Stati membri.
Ed è proprio questa valutazione che sembra essere mancata.
Naturalmente, allo stato attuale, non esistono elementi sufficienti per affermare che la Spagna abbia certamente violato il diritto dell’Unione europea. Una simile conclusione richiederebbe un’istruttoria approfondita da parte della Commissione europea e, se del caso, il successivo controllo della Corte di giustizia.
Ma proprio qui si colloca il punto centrale della questione.
La Commissione europea non dovrebbe limitarsi a osservare.
Dovrebbe aprire una verifica formale sulla compatibilità della regolarizzazione spagnola con il principio di leale cooperazione, con gli obiettivi della politica comune dell’immigrazione, con il principio di solidarietà tra gli Stati membri e con il corretto funzionamento dello spazio Schengen.
Non si tratterebbe di anticipare un giudizio di illegittimità.
Si tratterebbe semplicemente di esercitare il ruolo che i Trattati attribuiscono alla Commissione quale custode del diritto dell’Unione.
Se da tale verifica dovessero emergere violazioni degli obblighi derivanti dai Trattati o dal diritto derivato dell’Unione, la Commissione avrebbe il dovere di attivare la procedura prevista dall’articolo 258 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea.
Diversamente, si consoliderebbe un precedente destinato ad avere conseguenze ben oltre il caso spagnolo.
Ogni Stato membro potrebbe decidere autonomamente regolarizzazioni di massa, confidando sul fatto che gli effetti prodotti sul resto dell’Unione non siano mai oggetto di un reale controllo europeo.
Una simile prospettiva rischierebbe di trasformare la politica comune dell’immigrazione in una semplice somma di decisioni nazionali, svuotando progressivamente di significato gli stessi principi di solidarietà, leale cooperazione e fiducia reciproca che costituiscono il fondamento dell’Unione europea.
Per questo motivo il problema non riguarda soltanto la Spagna.
Riguarda il futuro della governance europea dell’immigrazione.
E la domanda che oggi la Commissione europea non può più evitare è una sola:
la regolarizzazione di massa decisa dalla Spagna è pienamente compatibile con il diritto dell’Unione oppure è giunto il momento di valutarne formalmente la conformità attraverso una procedura d’infrazione?
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428

- Grecia, 300-500 rimpatri bloccati: quando la detenzione sostituisce il ritorno
- New York, oltre 2.100 arresti ICE: la sicurezza è il bersaglio, l’irregolarità è il criterio
- Malesia, il visto multiplo si restringe a 31 nazionalità: quattro finalità, ma manca ancora la lista
- Il Giappone raddoppia i fondi per gli stranieri. Ma insieme all’integrazione finanzia anche i controlli
- Londra libera le carceri espellendo i detenuti stranieri: una scelta di buon senso che l’Europa ha dimenticato
- Nel 2030 l’Italia avrà ancora 59 milioni di abitanti. Ma chi saranno gli italiani?
- Britain’s visa brake targets passports. A durable migration system should target risk
- Singapore, otto lavori si aprono a nove Paesi: la carenza di manodopera non cancella i limiti
- Thailandia, il visto non serve ma il soggiorno si dimezza: dal 15 settembre il turismo torna a 30 giorni
- Kuwait, finisce la proroga automatica dei visti: l’emergenza proteggeva il soggiorno, ora torna la scadenza
- Italia-Spagna, 180.000 controlli e 31 ingressi negati: la proroga di Schengen deve provare la necessità
- Costa Rica, 10.480 persone possono uscire dal limbo dell’asilo: la regolarizzazione comincia dal radicamento
- Anche l’AfD apre all’immigrazione: lavoro, lingua e integrazione diventano criteri per restare
- Svezia, una pena oltre la multa può portare all’espulsione: la sentenza non è ancora il rimpatrio
- Oltre le porte aperte e le espulsioni collettive: una terza via per governare l’immigrazione
- Stati Uniti, oltre 100 espulsi verso otto Paesi africani: il Paese terzo diventa la destinazione
- El arraigo español puede ser una tercera vía entre la regularización automática y la expulsión indiscrimina da
- La radicalizzazione delle seconde generazioni dimostra perché controllare le frontiere non basta: l’Europa de ve iniziare a controllare anche l’integrazione
- Serve una Polizia dell’Immigrazione: Controlli, rimpatri e garanzie nello Stato di diritto
- Naturalisation en France : l’examen civique est un début, pas une politique d’intégration
- Frontiere aperte, rimpatri inefficaci: la contraddizione della politica migratoria europea
- Complementary Protection after Decree-Law No. 20 of 2023: Constitutional and International Obligations as an Autonomous Legal Basis for Protection
- Il caso Venezia dimostra perché l’Italia dovrebbe inserire il dovere di integrazione nella Costituzione
- Venezia, avevamo chiesto ai candidati quale integrazione volessero. Ora una risposta inquietante
- «La libertà delle donne non può essere una condizione». A Venezia emerge il vero problema dell’integrazion e
- Syrien-Rückkehr: Deutschland braucht Einzelfallprüfung statt politischer Quoten
- Complementary Protection, Social Rootedness and Ex Nunc Assessment: The Tribunal of Bologna Recognises the Right to Remain on the Basis of Effective Integration
- Israele, 1.334 domande etiopi nel limbo: dopo anni d’attesa, lo Stato accelera verso l’uscita
- Haiti, quasi 200.000 ritorni forzati: l’espulsione ha una data, il ritorno ha bisogno di uno Stato
- Stati Uniti, il visto non è una licenza di silenzio: bocciate le espulsioni fondate sulle opinioni
- Ceuta and Europe’s Border Crisis: Regularisation, Irregular Entry and Political Responsibility
- Canada, la via di Hong Kong chiude: il permesso di lavoro protegge l’attesa, non garantisce la residenza
- Stati Uniti, ICE ferma Milo Yiannopoulos: il visto scaduto non guarda le idee
- Ceuta, Madrid chiama Frontex dopo due rifiuti: il controllo nazionale ha bisogno dell’Europa
- America Should Fix the Asylum Backlog, Not Turn Delay Into an Annual Fee
- L’immigrazione preoccupa il Paese. Ma continuiamo a contare lavoratori invece di misurare l’integrazione
- AfD oltre il 40%: la Germania scopre il costo politico di un’immigrazione letta soltanto attraverso l’econom ia
- Galli della Loggia pone il problema dell’integrazione. Il cambiamento climatico lo rende ancora più urgente
- Difesa, sviluppo e immigrazione: all’Etna Forum manca una quarta parola, integrazione
- Open European Borders, Ineffective Returns: The Contradiction at the Heart of Migration Policy
- Ventitré egiziani rimpatriati, ma dietro il charter c’è il vero problema: senza accordi con i Paesi d’orig ine le espulsioni restano sulla carta
- Dalla Francia una domanda per l’Italia: è arrivato il momento di inserire il dovere di integrazione in Costit uzione?
- Stati Uniti, il taglio ai salari H‑2A resta in vigore: ma ora può costare gli arretrati
- Eswatini, altri due deportati dagli USA: l’espulsione finisce, la custodia può ricominciare
- Dall’America all’Europa, torna lo Stato sull’immigrazione. Ma manca l’integrazione
- Malaysia, 1.476 ritorni verso il Myanmar: il rimpatrio è volontario solo se la scelta resta individuale
- Post-Brexit Britain cut work visas. Now it must prove it can govern integration
- Fronteras internas abiertas, retornos ineficaces: la contradicción de la política migratoria europea
- La ReImmigrazione non è un’espulsione di massa: perché il ritorno deve essere una politica pubblica individual izzata
- Immigrazione, il Regno Unito punta sui dati: asilo, rimpatri e controllo della presenza straniera
- Malaysia, identificazione, verifica della protezione e rimpatrio: il nuovo piano per i cittadini birmani
- Sudafrica, un modello integrato per identificazione, controllo e rimpatrio degli immigrati irregolari
- Sudafrica, un modello integrato per identificazione, controllo e rimpatrio degli immigrati irregolari
- Regno Unito, oltre 21.000 stranieri condannati e destinatari di espulsione restano nella comunità
- Polonia, il PESEL non basta più: dal 1° settembre chi non conferma l’identità perde lo status UKR
- Grecia, il Golden Visa frena: meno domande, ma il nodo resta l’integrazione
- Grecia, il Golden Visa frena: meno domande, ma il nodo resta l’integrazione
- Baviera, 10.261 partenze contro 5.800 nuovi richiedenti asilo: il risultato c’è, ma non si chiama soltanto es pulsione
- Regno Unito, 199.628 stabilizzazioni prima della stretta: Londra allunga l’attesa quando il picco è già arri vato
- Regno Unito, 40 scomparsi da minori negli hotel dell’asilo: il tempo passa, la responsabilità resta
- Australia, il taglio ai rifugiati dura poche ore: l’ufficio del ministro annuncia 13.750, Albanese conferma 2 0.000
- Baviera, quasi un apprendista su cinque è straniero: il contratto apre la porta, la formazione prepara la perma nenza
- Arabia Saudita, 450.000 polizze per il lavoro domestico: la tutela comincia dalla tracciabilità
- La protezione complementare come criterio di selezione della permanenza: integrazione verificabile e diritto al soggiorno
- España invierte 505 millones en integración: ahora debe medir resultados, no solo financiar programas
- Chi arriva davvero in Europa? Il problema ignorato del disagio psichico nei percorsi migratori
- Le cooperative dell’accoglienza guadagnano finché il migrante resta nel sistema: abbiamo costruito gli incentivi al contrario?
- Metsola: «Le persone prima dei confini». Proprio per questo l’Europa deve occuparsi di ciò che accade dopo il confine
- Istanbul, sette donne liberate trasferite al centro di rimpatrio: prima va riconosciuta la vittima
- Australia, il taglio ai visti incontra il trattato: Londra conserva tre anni senza lavoro regionale
- Germania, 23 afghani verso Kabul: il charter è collettivo, la legittimità resta individuale
- Germania, nuovo volo collettivo verso Kabul: rimpatriare è legittimo, ma con i talebani le garanzie devono esse re individuali e verificabili
- Steinmeier dice che la Germania ha bisogno di immigrazione. Il punto è un altro: ha bisogno di integrazione
- Francia, i numeri dell’integrazione: più lingua, requisiti più alti e meno automatismi verso la cittadinanza
- ICE sfiora 50.000 arresti in un mese: perché una vera polizia dell’immigrazione conta, e perché non basta
- USA, 103.265 dollari per una nuova domanda H-1B: quando l’immigrazione qualificata diventa selezione economica estrema
- Giappone, il soggiorno permanente costerà 200.000 yen: la stabilità non è considerata un passaggio automatico
- Australia, ridurre l’immigrazione senza rinunciare al lavoro straniero: il difficile equilibrio dei visti temp oranei
- Sudafrica, 341 milioni di rand per i rimpatri: senza una struttura stabile il controllo dell’immigrazione dive nta emergenza permanente
- Bosnia, 2.874 permessi agli stranieri e 48.013 disoccupati: la quota colma i vuoti, non ricuce il mercato
- L’italiano ai genitori degli studenti stranieri: un tentativo serio di trasformare l’integrazione in respons abilità
- Ceuta, il conto della sanatoria di Sánchez: prima si manda un segnale di apertura, poi si proclama l’emergenz a nazionale
- Canada, 2.970 domande per studenti francofoni: la residenza si prepara prima dell’ingresso
- Finlandia, una famiglia russa filo-ucraina rischia il rimpatrio: quando lo Stato può considerare sicuro il ritorno in Russia?
- Polonia, il permesso di lavoro non basta più: il controllo torna prima dell’ingresso
- Sudafrica, lo Stato rincorre i vigilanti: Ramaphosa promette arresti dopo la violenza anti-migranti
- Washington perde il divieto per 75 Paesi e ferma i colloqui nel mondo: la selezione individuale diventa una pausa globale
- Spagna, l’asilo entra nel cronometro: tre mesi per la corsia accelerata, dodici settimane per il ritorno
- Immigration de travail : la France doit sortir du faux choix entre pénurie et importation de main-d’œuvre
- Colombia ordina le deportazioni: 848.000 irregolari e un procedimento che non si può saltare
- Washington dirotta l’antifrode: l’asilo perde i formatori, priorità ai sudafricani e al voto
- Arabia Saudita, il lavoro straniero è mobile ma non libero: fuori registro scatta la deportazione
- Manica, Londra conta le barche ma un’inchiesta mostra i passeur riportati a terra
- Indonesia e Giappone smontano l’immigrazione al buio: prima i fabbisogni, poi le partenze
- Immigrazione e asilo: tre eventi formativi organizzati dall’Avv. Fabio Loscerbo e accreditati dall’Ordine degli Avvocati di Bologna
- Nuova Zelanda, la residenza arriva dopo il lavoro: aperture selettive, non porte spalancate
- Danimarca, più espulsioni degli stranieri condannati: fino a dove può spingersi uno Stato contro i limiti della CEDU?
- Il Giappone tassa la stabilità: 200.000 yen per la residenza permanente
- Sánchez apre alla regolarizzazione, Ceuta esplode. E adesso il conto lo paga l’Europa
- Ceuta dimostra perché serve un Ministero dell’Integrazione e della ReImmigrazione
Rispondi