Il messaggio di Piantedosi apre una domanda: quando inizieremo a misurare l’integrazione?

Commentando il messaggio di Papa Leone XIV in occasione della visita a Lampedusa, il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha affermato che «accoglienza e rispetto della legalità sono due principi che possono e devono convivere» e che il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo rafforza questa visione, coniugando la tutela della dignità della persona con la sicurezza dei cittadini e il contrasto all’immigrazione irregolare.

Si tratta di un’impostazione condivisibile. Nessuno Stato democratico può rinunciare contemporaneamente all’accoglienza di chi ha realmente diritto alla protezione e al rispetto della legalità.

Ma proprio le parole del Ministro aprono una domanda che, fino ad oggi, è rimasta sostanzialmente senza risposta.

Quando inizieremo a misurare l’integrazione di chi vive già in Italia e nell’Unione europea?

Negli ultimi anni il dibattito europeo si è concentrato quasi esclusivamente sulla gestione degli ingressi. Il nuovo Patto europeo disciplina lo screening alle frontiere, le procedure di asilo, i movimenti secondari, il sistema Eurodac, i rimpatri, la gestione delle crisi migratorie e la cooperazione tra gli Stati membri. Si tratta di strumenti indispensabili per governare l’accesso al territorio dell’Unione.

Ma l’immigrazione non termina con l’ingresso.

Una volta ammessa la persona nel territorio dello Stato, inizia una fase ancora più importante: quella della permanenza. Ed è proprio su questa fase che il diritto europeo e, in larga misura, anche quello nazionale mostrano ancora una significativa lacuna.

Oggi gli Stati conoscono quanti stranieri entrano, quanti permessi di soggiorno rilasciano, quante domande di asilo vengono presentate e quanti rimpatri vengono eseguiti. Quello che non sanno misurare, almeno attraverso criteri giuridici omogenei e verificabili, è quanto sia realmente riuscito il percorso di integrazione delle persone che vivono stabilmente sul territorio europeo.

L’integrazione continua ad essere evocata come un obiettivo politico, ma raramente viene trasformata in un parametro giuridico. Eppure è proprio da essa che dipende la qualità della convivenza futura.

Uno Stato dovrebbe poter verificare, attraverso criteri oggettivi, se lo straniero abbia acquisito una sufficiente conoscenza della lingua, abbia costruito un’autonomia lavorativa, rispetti le regole fondamentali della convivenza civile, condivida i principi costituzionali e partecipi effettivamente alla vita della comunità.

Questa valutazione non dovrebbe avere finalità punitive, ma rappresentare il naturale completamento delle politiche migratorie. Governare l’immigrazione significa infatti non soltanto decidere chi entra, ma anche accompagnare e verificare il percorso di chi rimane.

È proprio da questa esigenza nasce il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. Un paradigma che propone di affiancare alle politiche dell’ingresso una vera politica della permanenza, fondata sulla valutazione individuale dell’integrazione.

Per questo motivo il nuovo Patto europeo rappresenta un importante passo avanti, ma non può essere considerato il punto di arrivo. Se l’Unione europea vuole realmente governare il fenomeno migratorio, il prossimo passo dovrà essere quello di costruire un sistema europeo di misurazione dell’integrazione.

Solo allora il dibattito potrà finalmente spostarsi dagli ingressi alla permanenza, dalle quantità alla qualità dell’integrazione, dalla gestione dell’emergenza al governo stabile del fenomeno migratorio.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo.
ORCID: https://orcid.org/0009-0003-9848-4558

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