Dopo il Patto UE arriva Reform UK: il dibattito europeo continua a ignorare l’integrazione

Il dibattito europeo sull’immigrazione sta entrando in una nuova fase. Dopo l’approvazione del Nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, anche i programmi politici nazionali stanno proponendo interventi sempre più incisivi. Tra questi vi è quello di Reform UK, che punta a una drastica riduzione dell’immigrazione, all’inasprimento dei rimpatri, alla revisione del sistema dei permessi di soggiorno permanenti e a un controllo ancora più rigoroso delle frontiere.

È un’evoluzione significativa. Significa che il tema migratorio è ormai considerato centrale da una parte crescente delle opinioni pubbliche europee.

Eppure, osservando attentamente tanto il Nuovo Patto europeo quanto le proposte di Reform UK, emerge un elemento comune: entrambi continuano a concentrare il dibattito prevalentemente sugli ingressi.

L’Unione europea discute di procedure di frontiera, identificazione, redistribuzione e rimpatri.

Reform UK propone di ridurre gli ingressi, rafforzare le espulsioni e rendere più rigorose le condizioni di permanenza.

Sono strumenti diversi, ma accomunati dalla stessa impostazione: governare il momento dell’ingresso.

Manca invece una riflessione altrettanto approfondita sulla permanenza.

Una politica migratoria non si esaurisce nel decidere chi entra. Deve anche stabilire, attraverso criteri chiari, trasparenti e verificabili, quali siano le condizioni che giustificano la permanenza nel territorio nazionale e come valutare, nel tempo, il percorso di integrazione di ciascuna persona.

È proprio questo il punto che continua a rimanere fuori dal dibattito europeo.

L’integrazione viene spesso evocata come un obiettivo politico, ma raramente viene definita attraverso indicatori oggettivi. Non esiste un sistema condiviso che consenta di misurare il livello di integrazione raggiunto, di verificare il rispetto degli obblighi connessi alla permanenza o di valutare in maniera uniforme il rapporto tra diritti e doveri.

Senza questa dimensione, il confronto pubblico rischia di rimanere confinato in una contrapposizione permanente tra accoglienza e rimpatri, tra apertura e chiusura delle frontiere, senza affrontare la questione fondamentale: cosa accade dopo l’ingresso?

È in questo spazio che si colloca il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.

Non come alternativa al controllo delle frontiere, né come contrapposizione alle politiche di rimpatrio, ma come completamento dell’intero sistema.

Il controllo degli ingressi è necessario. Anche i rimpatri costituiscono uno strumento previsto dagli ordinamenti giuridici. Tuttavia, nessuna politica migratoria può dirsi realmente completa se non affronta il tema della permanenza attraverso criteri oggettivi di integrazione.

La domanda che dovrebbe guidare il dibattito europeo non è soltanto quante persone entrano o quante vengono rimpatriate.

La vera domanda è un’altra: come misuriamo l’integrazione di chi vive già nelle nostre società?

Finché questa domanda resterà senza risposta, ogni nuova riforma rischierà di intervenire sugli effetti del fenomeno migratorio, senza incidere sulle sue dinamiche di lungo periodo.

Forse è arrivato il momento di affiancare al dibattito sulle frontiere un nuovo pilastro delle politiche migratorie europee: la misurazione dell’integrazione come criterio per la permanenza.

Solo allora il confronto potrà dirsi realmente completo.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo.
ORCID: https://orcid.org/0009-0003-9848-4558⁠

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