Germania, 21 miliardi di Bürgergeld agli stranieri ma il lavoro ha bisogno dell’immigrazione: il vero problema è misurare l’integrazione

La Germania si trova davanti a una contraddizione che riguarda ormai tutte le grandi società europee: vuole ridurre i costi e le conseguenze dell’immigrazione non integrata, ma nello stesso tempo non può rinunciare all’apporto dei lavoratori stranieri. Non è una contraddizione marginale. È probabilmente uno dei nodi sui quali si deciderà la politica migratoria europea dei prossimi anni.

La questione è tornata al centro del dibattito tedesco con un articolo pubblicato l’11 agosto 2026 dal Münchner Merkur, dedicato alle dichiarazioni di Ulrich Siegmund, candidato di punta dell’AfD alle elezioni regionali della Sassonia-Anhalt. Siegmund ha sostenuto che oltre 20 miliardi di euro vengono destinati ogni anno al Bürgergeld percepito da cittadini non tedeschi. Secondo il fact-check richiamato dallo stesso giornale, l’ordine di grandezza indicato dal politico dell’AfD risulta aritmeticamente sostanzialmente corretto.

Il Bürgergeld è il sistema tedesco di sostegno economico destinato alle persone in condizioni di bisogno e capaci di lavorare. Il dato, quindi, è politicamente rilevante. Ma utilizzarlo per concludere semplicemente che gli immigrati rappresentino un costo per la Germania sarebbe fuorviante.

Lo stesso articolo del Merkur mostra infatti l’altra metà della realtà. In Sassonia-Anhalt lavorano quasi 70.000 cittadini stranieri soggetti alla contribuzione sociale, pari a circa il 9 per cento degli occupati. La ministra regionale Petra Grimm-Benne ha evidenziato che senza medici provenienti dall’estero sarebbe difficile mantenere l’attuale livello dell’assistenza sanitaria. La Bundesagentur für Arbeit osserva inoltre che, a causa dell’andamento demografico, il mercato del lavoro della regione dipende ormai strutturalmente dall’immigrazione.

Ecco allora che la questione cambia completamente.

Non basta più chiedersi se l’immigrazione debba essere aumentata o ridotta. Occorre chiedersi quale immigrazione sia utile e sostenibile, quale produca integrazione e quale, invece, determini nel tempo dipendenza assistenziale, marginalità o mancata partecipazione alla società di accoglienza.

È una distinzione fondamentale.

La Germania ha già riconosciuto una parte del problema attraverso la propria politica di immigrazione qualificata. Il Bundesministerium für Arbeit und Soziales afferma espressamente che i lavoratori qualificati provenienti dall’estero sono indispensabili per un mercato del lavoro tedesco sostenibile e che il Paese necessita di una maggiore immigrazione qualificata per affrontare la futura carenza di personale. Non solo: lo stesso Ministero individua nel lavoro una condizione fondamentale per una integrazione riuscita e per la partecipazione sociale.

Sono due affermazioni che dovrebbero essere lette insieme.

La prima dice che la Germania ha bisogno dell’immigrazione. La seconda dice che l’immigrazione deve trasformarsi in integrazione.

Il problema della politica migratoria europea degli ultimi decenni è stato invece quello di concentrare quasi interamente l’attenzione sul momento dell’ingresso e sulla distinzione tra chi può entrare e chi non può entrare. Molto meno sviluppata è stata una politica pubblica capace di verificare ciò che accade negli anni successivi.

Ma il diritto di ingresso e il processo di integrazione sono due questioni differenti.

Una persona può entrare legalmente in uno Stato e successivamente inserirsi stabilmente nel mercato del lavoro, imparare la lingua, costruire relazioni sociali e familiari, contribuire fiscalmente e previdenzialmente e diventare parte effettiva della comunità nazionale.

Un’altra persona può invece, a parità di tempo trascorso nel Paese, rimanere ai margini del mercato del lavoro, dipendere strutturalmente dall’assistenza pubblica, non acquisire una sufficiente conoscenza linguistica e non sviluppare una reale partecipazione alla società nella quale vive.

Trattare queste due situazioni come politicamente equivalenti significa rinunciare a governare l’immigrazione.

È proprio da questa constatazione che nasce il paradigma Integrazione o ReImmigrazione.

La ReImmigrazione non deve essere confusa con l’idea di una espulsione generalizzata degli stranieri e neppure con quella “remigrazione” che, in alcune correnti politiche europee, viene utilizzata per indicare programmi più o meno estesi di ritorno delle popolazioni immigrate. Il punto è diverso.

Uno Stato dovrebbe costruire una politica migratoria nella quale alla possibilità dell’ingresso corrisponda un serio investimento nell’integrazione e, successivamente, una verifica dell’effettivo percorso compiuto.

Lavoro, autonomia economica, conoscenza della lingua, scolarizzazione dei figli, rispetto dell’ordinamento, stabilità abitativa e partecipazione sociale possono diventare indicatori attraverso i quali comprendere se il processo di integrazione stia effettivamente funzionando.

Questo non significa trasformare automaticamente la mancata integrazione in una causa di espulsione. Una simile impostazione sarebbe incompatibile con la complessità del diritto dell’immigrazione, con la tutela della vita privata e familiare, con il diritto dell’Unione europea e con gli obblighi internazionali in materia di protezione.

Significa però affermare un principio politico che l’Europa ha troppo a lungo evitato: la permanenza dello straniero non può essere considerata separatamente dal percorso di integrazione che lo Stato ha il dovere di favorire e che l’interessato ha il dovere di intraprendere.

Anche il Sachverständigenrat für Integration und Migration, nelle proprie raccomandazioni per la legislatura tedesca 2025-2029, sostiene contemporaneamente la necessità di governare l’immigrazione per attrarre lavoratori qualificati, promuovere integrazione e partecipazione e attuare, nel rispetto dei diritti fondamentali e del diritto europeo, il rimpatrio delle persone che non hanno diritto alla protezione.

È una impostazione significativa perché supera due opposte semplificazioni.

La prima è quella secondo cui ogni immigrazione sarebbe necessariamente una risorsa. Non è vero. Un’immigrazione che produce esclusione sociale permanente, disoccupazione strutturale, dipendenza assistenziale o comunità separate può rappresentare un problema economico e sociale.

La seconda è quella secondo cui ogni immigrato sarebbe necessariamente un costo. Anche questo è falso. La Germania dimostra esattamente il contrario: interi settori produttivi e servizi essenziali dipendono ormai dal lavoro di cittadini stranieri.

Fra queste due semplificazioni esiste lo spazio per una politica migratoria adulta.

Una politica che selezioni meglio gli ingressi quando si tratta di immigrazione economica, che protegga chi ha realmente diritto alla protezione internazionale, che investa seriamente nell’apprendimento linguistico e nell’accesso al lavoro, ma che abbia anche il coraggio di verificare nel tempo i risultati delle proprie politiche.

La Germania ci sta mostrando il problema prima ancora della soluzione.

Da una parte miliardi di euro destinati al sostegno sociale di cittadini stranieri; dall’altra decine di migliaia di lavoratori immigrati senza i quali parti del mercato del lavoro e dello Stato sociale entrerebbero in difficoltà.

Il dato realmente importante non è stabilire quale delle due immagini sia quella vera.

Sono vere entrambe.

Ed è precisamente per questo che il futuro delle politiche migratorie europee non può essere costruito intorno alla domanda semplicistica “più o meno immigrazione”.

La domanda dovrebbe essere un’altra: quanta integrazione produce l’immigrazione che abbiamo?

Solo quando saremo capaci di rispondere seriamente a questa domanda potremo costruire politiche migratorie che siano contemporaneamente sostenibili per gli Stati, giuste nei confronti degli stranieri e credibili agli occhi dei cittadini europei.

Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista – Registro Trasparenza UE n. 280782895721-36
ORCID 0009-0004-7030-0428

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