Milano, la ragazza sfregiata e una domanda che non possiamo più rinviare: esiste un legame tra migrazione e disagio psichico?

L’ennesimo grave episodio di violenza verificatosi a Milano, con una giovane donna sfregiata da un cittadino straniero irregolare, ha inevitabilmente riacceso il dibattito sull’immigrazione, sulla sicurezza e sulle espulsioni.

Come spesso accade, però, il confronto pubblico si è immediatamente polarizzato. Da una parte chi attribuisce ogni responsabilità all’immigrazione; dall’altra chi invita a non generalizzare e a non utilizzare un singolo fatto di cronaca per formulare giudizi complessivi.

Entrambe le posizioni contengono una parte di verità.

Ma forse entrambe rischiano di lasciare senza risposta una domanda ancora più importante.

Esiste un rapporto tra alcuni percorsi migratori e situazioni di grave disagio psichico?

Non sto affermando che nel caso di Milano l’autore fosse affetto da una patologia psichiatrica. Sarebbe un’affermazione arbitraria, che spetta esclusivamente agli accertamenti giudiziari e medico-legali.

Sto sostenendo qualcosa di diverso.

Di fronte al ripetersi di episodi caratterizzati da violenza estrema, apparentemente sproporzionata o priva di un movente razionale immediatamente comprensibile, è legittimo chiedersi se il nostro sistema conosca davvero il fenomeno o se, invece, esista un’area ancora poco studiata.

La letteratura scientifica internazionale dimostra che rifugiati e migranti possono presentare una maggiore incidenza di alcuni disturbi della salute mentale, soprattutto quando abbiano vissuto guerre, persecuzioni, torture, violenze, viaggi traumatici o condizioni di estrema marginalità.

Sappiamo anche che l’isolamento sociale, l’incertezza sul proprio status giuridico, la precarietà economica e l’assenza di una reale integrazione possono aggravare situazioni di fragilità già esistenti.

Quello che, invece, sembra mancare è uno studio sistematico su un’altra domanda.

Quanti autori di gravi reati violenti commessi da cittadini stranieri presentavano, prima del fatto, condizioni di grave disagio psichico?

Quanti avevano già manifestato segnali di instabilità?

Quanti erano conosciuti dai servizi sanitari?

Quanti vivevano completamente ai margini della società?

Quanti avevano rinunciato a qualsiasi percorso di regolarizzazione e di integrazione?

Sono domande che, almeno nel dibattito pubblico italiano, sembrano ricevere poca attenzione.

Eppure proprio da queste risposte potrebbero dipendere future politiche di prevenzione.

Continuare a discutere soltanto di espulsioni o di controlli alle frontiere rischia infatti di affrontare il problema quando è ormai esploso.

Forse dovremmo iniziare a chiederci se il nostro ordinamento sia realmente in grado di intercettare situazioni di grave vulnerabilità, marginalità o disagio psichico prima che si trasformino in tragedie.

Questa riflessione si collega direttamente al paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.

Il controllo dell’integrazione non dovrebbe limitarsi alla verifica del lavoro o della regolarità del soggiorno.

Dovrebbe comprendere anche la capacità dello Stato di individuare tempestivamente situazioni di forte esclusione sociale, di grave fragilità personale e di potenziale pericolosità, attivando gli strumenti sanitari, sociali e amministrativi previsti dall’ordinamento.

Naturalmente ciò non significa attribuire ai migranti una particolare predisposizione alla malattia mentale o alla violenza.

Sarebbe una conclusione tanto ingiusta quanto scientificamente infondata.

Significa, invece, domandarsi se una parte del fenomeno migratorio presenti caratteristiche che meritano di essere conosciute meglio, senza pregiudizi ideologici ma anche senza timore di affrontare temi scomodi.

Le politiche pubbliche migliori nascono sempre dalla conoscenza.

Per questo motivo ritengo che sia arrivato il momento di promuovere uno studio interdisciplinare sul possibile rapporto tra percorsi migratori, disagio psichico, marginalità sociale e sicurezza pubblica.

Non per alimentare paure.

Ma per comprendere un fenomeno che, se esiste, non può essere ignorato.


Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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