Gentile Gianni Alemanno,
ho seguito con attenzione le Sue recenti dichiarazioni sul tema dell’immigrazione.
Condivido la premessa da cui prende le mosse la Sua riflessione: il sistema migratorio europeo e italiano mostra oggi limiti evidenti e non può essere affrontato con gli strumenti culturali e normativi elaborati trent’anni fa. Continuare a difendere l’esistente significa rinunciare ad affrontare un problema che riguarda la sicurezza, la coesione sociale e la stessa credibilità delle istituzioni.
È proprio perché condivido questa analisi che desidero sottoporLe una riflessione, maturata in oltre quindici anni di attività come avvocato specializzato in diritto dell’immigrazione.
La politica, nella storia repubblicana recente, ha spesso individuato correttamente i problemi senza riuscire a trasformare le proprie intuizioni in un sistema giuridicamente sostenibile.
Ricordiamo tutti il dibattito sui “porti chiusi” e sul “blocco navale”. Erano proposte che intercettavano un’esigenza reale di controllo dei flussi migratori, ma che si sono poi confrontate con la complessità del diritto internazionale, del diritto dell’Unione europea, della Costituzione e della giurisprudenza nazionale ed europea.
Il rischio che intravedo oggi è che anche la remigrazione, se proposta come categoria generale, possa incontrare lo stesso destino.
Non perché sia illegittimo interrogarsi su chi possa o debba lasciare il territorio nazionale.
Il problema è un altro.
Uno Stato di diritto non può assumere decisioni sulla base di categorie astratte. Non può affermare che milioni di persone debbano essere destinatarie di un medesimo esito in ragione della sola condizione di immigrati o di stranieri.
Il diritto europeo, la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e la nostra Costituzione impongono che ogni posizione sia valutata individualmente, attraverso un procedimento che tenga conto della storia personale, del livello di integrazione raggiunto, dei legami familiari, dell’attività lavorativa, della condotta tenuta e della concreta incidenza dell’allontanamento sulla vita della persona.
È questo, a mio avviso, il punto sul quale il dibattito dovrebbe evolvere.
La vera domanda non è chi debba essere destinatario della remigrazione.
La vera domanda è quali criteri debba utilizzare lo Stato per distinguere chi ha costruito un autentico percorso di integrazione da chi, invece, non lo ha mai realizzato o lo ha consapevolmente rifiutato.
È da questa domanda che nasce il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, al quale sto lavorando da tempo.
Desidero chiarire un aspetto terminologico che considero fondamentale.
Utilizzo volutamente due parole diverse.
La remigrazione rappresenta una proposta politica ormai entrata nel dibattito pubblico.
La ReImmigrazione, invece, è un paradigma giuridico. Non costituisce una diversa denominazione della remigrazione, ma un metodo attraverso il quale quella intuizione può trovare una concreta attuazione nel rispetto dei principi dello Stato di diritto.
La differenza non è linguistica.
È sostanziale.
La remigrazione, nel dibattito pubblico, viene spesso presentata come il punto di partenza.
La ReImmigrazione, invece, rappresenta eventualmente il punto di arrivo di una valutazione individuale.
Prima viene l’accertamento.
Poi, eventualmente, la conseguenza.
Lo Stato deve poter verificare, attraverso criteri oggettivi e predeterminati, se lo straniero abbia sviluppato un reale percorso di integrazione: il rispetto delle leggi, l’inserimento lavorativo, la conoscenza della lingua italiana, l’adesione ai principi costituzionali, l’autonomia economica, l’assenza di pericolosità sociale, la partecipazione alla vita della comunità, la stabilità dei rapporti familiari e sociali.
Solo dopo questa valutazione individuale è possibile assumere una decisione rispettosa dei principi costituzionali e realmente difendibile davanti ai giudici.
È proprio questo, a mio avviso, che distingue uno slogan politico da un paradigma giuridico.
La forza di un’idea non si misura soltanto nella capacità di descrivere un problema, ma nella possibilità di trasformarsi in una disciplina applicabile, stabile e resistente al vaglio della giurisdizione.
Per questa ragione desidero rivolgerLe un invito.
Credo che il momento storico richieda un confronto serio tra il mondo della politica e chi opera quotidianamente nell’applicazione del diritto dell’immigrazione.
Le propongo quindi un dialogo pubblico sul paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, non per sostituire la Sua riflessione sulla remigrazione, ma per verificare se essa possa trovare una traduzione giuridica capace di superare quei limiti che, in passato, hanno impedito ad altre proposte di produrre gli effetti sperati.
Se davvero è arrivato il momento di ripensare il sistema migratorio italiano, allora è arrivato anche il momento di costruire un modello che non sia soltanto politicamente condivisibile, ma anche giuridicamente realizzabile.
Su questo terreno, sono convinto che il confronto possa essere non solo utile, ma necessario.
Con stima.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo.
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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