Il Giappone sta discutendo di immigrazione in termini molto diversi rispetto all’Europa. Non si limita a chiedersi se servano più ingressi o più chiusure. Sta provando, con tutte le contraddizioni del caso, a porre una domanda più profonda: come si può accettare manodopera straniera senza dissolvere la coesione sociale, l’identità nazionale e l’ordine pubblico?
È questo il punto che rende il dibattito giapponese particolarmente interessante.
La prima posizione in campo è quella economico-demografica. Secondo questa impostazione, il Giappone non può fare a meno dei lavoratori stranieri. L’invecchiamento della popolazione, il calo delle nascite e la carenza di manodopera rendono necessario l’ingresso di persone provenienti dall’estero. È la logica che sostiene il sistema degli “Specified Skilled Workers”, pensato per attrarre lavoratori in settori nei quali il mercato interno non riesce più a rispondere alle esigenze produttive.
Questa posizione, tuttavia, non si traduce automaticamente in una politica di immigrazione senza condizioni. Il lavoratore straniero deve avere competenze, deve conoscere la lingua giapponese e deve inserirsi in un percorso amministrativamente regolato. Già questo elemento distingue il Giappone da molta parte del dibattito europeo, dove l’immigrazione viene spesso invocata come semplice risposta quantitativa alla crisi demografica.
La seconda posizione è quella istituzionale. Il Governo giapponese parla sempre più spesso di “coexistence ordinata”. Non basta accogliere. Occorre governare la presenza straniera attraverso lingua, formazione, accesso ai servizi, rispetto delle regole, controllo della regolarità del soggiorno e prevenzione dei fenomeni di illegalità. L’obiettivo dichiarato non è costruire una società multiculturale indefinita, ma una convivenza regolata tra cittadini giapponesi e stranieri residenti.
La terza posizione è quella restrittiva. Una parte crescente dell’opinione pubblica e del mondo politico teme che l’aumento della presenza straniera possa produrre tensioni sociali, abuso dei sistemi amministrativi, problemi di ordine pubblico e trasformazioni troppo rapide del tessuto nazionale. Da qui le proposte di requisiti più severi per la residenza permanente, maggiore controllo sulle presenze straniere e perfino la discussione su eventuali limiti quantitativi.
Queste tre impostazioni mostrano un dato politico rilevante: in Giappone l’immigrazione non viene più trattata soltanto come una questione economica, ma come una questione complessiva di modello sociale.
È esattamente il dibattito che in Europa fatichiamo ancora ad aprire.
Da noi la discussione resta spesso imprigionata tra due estremi: da una parte chi sostiene che l’immigrazione sia indispensabile per l’economia; dall’altra chi chiede semplicemente più espulsioni e più chiusure. In mezzo manca quasi sempre la domanda decisiva: che cosa accade dopo l’ingresso?
Il paradigma Integrazione o ReImmigrazione nasce proprio su questo terreno. Non basta stabilire quante persone debbano entrare. Occorre stabilire quale percorso debba essere richiesto a chi entra, come tale percorso debba essere valutato e quali conseguenze giuridiche debbano derivare dal mancato rispetto delle condizioni della permanenza.
Il Giappone, pur con un sistema giuridico e culturale profondamente diverso da quello europeo, sta ponendo una questione che anche l’Italia dovrà affrontare: l’immigrazione non può essere governata soltanto con le esigenze del mercato del lavoro. Deve essere governata anche con criteri di integrazione, responsabilità, legalità e coesione nazionale.
Prima di decidere quanta immigrazione serva, occorre decidere quale società si intenda costruire.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo.
ORCID: https://orcid.org/0009-0003-9848-4558

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