MAROCCO-FRANCIA: non è solo una partita di calcio

Marocco-Francia non è soltanto una partita di calcio. È una fotografia politica, sociale e identitaria dell’Europa contemporanea. Dentro quei novanta minuti non ci sono solo due nazionali che si contendono il passaggio del turno; c’è il rapporto irrisolto tra nascita, cittadinanza, appartenenza e integrazione.

Il dato è significativo: ai Mondiali 2026 il Marocco presenta una squadra costruita in larga parte sulla diaspora. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, soltanto sette calciatori della rosa marocchina sono nati in Marocco, mentre diciannove sono nati all’estero, diciotto dei quali in Europa. Tra i giocatori nati fuori dal Marocco vi sono anche calciatori nati e formati in Francia. Più in generale, una rilevazione pubblicata da Le Monde ha evidenziato che quasi cento giocatori convocati al Mondiale 2026 sono nati in Francia, ma solo una parte di essi veste la maglia della nazionale francese; gli altri rappresentano soprattutto nazionali africane e caraibiche.

Questo dato non va letto in modo superficiale. Non significa che quei giocatori siano “contro” la Francia. Non significa nemmeno che la loro scelta sportiva possa essere automaticamente trasformata in un giudizio giuridico sulla loro integrazione. Ma sarebbe altrettanto sbagliato fingere che non dica nulla.

Dice, invece, qualcosa di molto importante: si può nascere in Francia e non sentirsi pienamente francesi. Si può crescere in Europa e continuare a riconoscersi, sul piano affettivo, culturale e simbolico, in un’altra comunità nazionale. Si può parlare la lingua del Paese di nascita, frequentarne le scuole, utilizzare le sue infrastrutture formative e tuttavia scegliere, nel momento della rappresentazione identitaria, un’altra appartenenza.

È qui che il calcio smette di essere solo calcio.

La partita Marocco-Francia diventa il simbolo di una questione che riguarda direttamente anche l’Italia. Perché lo stesso ragionamento può valere domani per chi nasce in Italia senza sentirsi italiano, per chi cresce nel nostro Paese senza maturare un’effettiva appartenenza alla comunità nazionale, per chi acquisisce diritti formali senza che vi sia stata una reale verifica del percorso di integrazione.

Il punto non è negare la complessità delle identità personali. Una persona può avere più appartenenze, più radici, più legami culturali. Questo è un dato umano, prima ancora che politico. Il problema nasce quando lo Stato trasforma questa complessità in una presunzione giuridica automatica: se sei nato qui, allora sei integrato; se hai frequentato la scuola qui, allora ti senti parte della comunità nazionale; se hai ottenuto un titolo di soggiorno o una cittadinanza, allora il percorso di integrazione è compiuto.

Questa presunzione è fragile.

L’integrazione non coincide con la mera presenza sul territorio. Non coincide neppure, da sola, con la nascita. La nascita in un Paese può essere un elemento rilevante, ma non è una prova assoluta di appartenenza. L’appartenenza si costruisce nel tempo attraverso lingua, lavoro, scuola, rispetto delle regole, partecipazione alla vita sociale, condivisione dei doveri civici e riconoscimento effettivo della comunità nazionale come propria.

Per questo il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” insiste su un punto essenziale: l’integrazione non deve essere proclamata, deve essere misurata.

Misurare l’integrazione significa dotare lo Stato di indicatori oggettivi e verificabili: conoscenza della lingua, stabilità lavorativa, regolarità fiscale e contributiva, autonomia economica, rispetto delle regole fondamentali dell’ordinamento, frequenza scolastica dei figli, partecipazione ai percorsi formativi, assenza di marginalità cronica e progressivo inserimento nella comunità di riferimento.

Solo così è possibile distinguere tra integrazione reale, integrazione incompleta e integrazione fallita. Senza questa distinzione, ogni politica migratoria resta appesa a slogan contrapposti: da una parte chi ritiene che basti nascere sul territorio per appartenere alla nazione; dall’altra chi considera ogni doppia appartenenza come una minaccia. Entrambe le posizioni sono insufficienti.

Marocco-Francia mostra che il tema è più complesso. La diaspora marocchina in Europa è riuscita a costruire un legame sportivo fortissimo con il Paese d’origine, anche attraverso calciatori nati e cresciuti fuori dal Marocco. Dal punto di vista marocchino, è un successo politico e identitario. Dal punto di vista europeo, però, pone una domanda inevitabile: perché una parte di persone nate, cresciute e formate in Europa continua a riconoscersi altrove nel momento simbolico della rappresentanza nazionale?

Questa domanda non può essere liquidata come razzismo, né può essere affrontata con moralismo. È una domanda politica seria. Riguarda la capacità degli Stati europei di produrre appartenenza, non solo residenza; comunità, non solo documenti; integrazione effettiva, non solo cittadinanza formale.

Se l’Europa vuole evitare che il tema dell’identità venga affrontato soltanto attraverso la cronaca, lo sport o le tensioni sociali, deve dotarsi di strumenti seri di valutazione. Deve iniziare a chiedersi non solo chi entra, chi resta e chi ottiene la cittadinanza, ma anche chi si integra davvero, secondo quali criteri e con quali risultati.

Marocco-Francia, quindi, non è solo una partita di calcio. È uno specchio. E quello specchio ci dice che nascere in Europa non basta, se lo Stato non è capace di trasformare la presenza in appartenenza e l’appartenenza in integrazione misurabile.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo.

ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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