Quando si parla di immigrazione e welfare, il dibattito pubblico si limita quasi sempre a una domanda: quanto costa l’immigrazione?
È una domanda legittima, ma incompleta.
Una moderna politica pubblica dovrebbe interrogarsi anche sul rapporto inverso: un’integrazione realmente efficace può contribuire a ridurre, nel tempo, alcune voci della spesa sociale?
Oggi non disponiamo di studi che consentano di quantificare con precisione questo effetto. Tuttavia è possibile individuare alcuni settori nei quali una migliore integrazione potrebbe ragionevolmente produrre benefici economici e sociali.
Il primo riguarda il sostegno al reddito.
Una persona che conosce la lingua italiana, possiede competenze professionali e riesce a inserirsi stabilmente nel mercato del lavoro ha maggiori probabilità di raggiungere l’autonomia economica. Ciò potrebbe tradursi in un minore ricorso alle misure di contrasto alla povertà, ai contributi economici comunali e ad altre forme di assistenza destinate ai nuclei privi di reddito sufficiente.
Un secondo settore è rappresentato dalle politiche abitative.
L’occupazione stabile facilita l’accesso al mercato privato degli affitti e riduce il rischio di situazioni di emergenza abitativa. Di conseguenza potrebbero diminuire gli interventi pubblici per l’alloggio temporaneo, i contributi straordinari all’affitto e altre misure destinate alle situazioni di grave fragilità.
Anche i servizi sociali comunali potrebbero beneficiare di percorsi di integrazione più efficaci.
Molti interventi degli assistenti sociali riguardano situazioni di marginalità, isolamento, difficoltà linguistiche o incapacità di accedere autonomamente ai servizi pubblici. Una maggiore autonomia personale potrebbe consentire ai servizi sociali di concentrare le proprie risorse sui casi realmente più complessi.
Esiste poi il tema della scuola, probabilmente il più importante in una prospettiva di lungo periodo.
Investire sull’integrazione delle famiglie e dei minori può contribuire a ridurre la dispersione scolastica, favorire il completamento degli studi e migliorare l’inserimento lavorativo delle seconde generazioni. Non significa spendere meno per l’istruzione, ma aumentare l’efficacia della spesa pubblica, riducendo gli interventi di recupero e contrastando il rischio di esclusione sociale.
Anche la formazione professionale dovrebbe essere considerata in questa prospettiva.
Troppo spesso viene percepita esclusivamente come un costo. In realtà può rappresentare un investimento capace di trasformare una persona economicamente inattiva in un lavoratore che versa imposte e contributi. In questo senso, la formazione non dovrebbe essere valutata soltanto per quanto costa oggi, ma anche per il ritorno economico che può generare negli anni successivi.
Un’ulteriore riflessione riguarda il sistema sanitario.
Una migliore conoscenza della lingua italiana e dei servizi pubblici può favorire la prevenzione, l’adesione ai programmi vaccinali, il corretto utilizzo della medicina territoriale e una più efficace gestione delle cure. L’obiettivo non è ridurre la tutela della salute, ma migliorare l’efficienza del sistema sanitario attraverso una maggiore consapevolezza e autonomia dei cittadini.
Vi sono infine effetti indiretti che meritano attenzione.
Una migliore integrazione scolastica, lavorativa e sociale può contribuire a ridurre situazioni di marginalità che, nel lungo periodo, possono riflettersi anche sui costi sostenuti dai servizi sociali, dal sistema giudiziario e, nei casi più gravi, dal sistema penitenziario. Non si tratta di automatismi, né di rapporti di causa ed effetto validi per ogni singola persona. Si tratta, piuttosto, di una prospettiva che merita di essere studiata attraverso strumenti statistici adeguati.
Ed è proprio qui che emerge il principale limite delle attuali politiche migratorie.
Lo Stato conosce quanto spende per ciascuna voce del welfare. Conosce il numero dei beneficiari delle prestazioni assistenziali, delle politiche abitative e dei programmi di sostegno. Ma non misura se un percorso di integrazione riesca, nel tempo, a trasformare un beneficiario dell’assistenza in un contribuente autonomo.
Questa è la statistica che oggi manca.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” propone di colmare questa lacuna. Misurare l’integrazione non significa soltanto verificare il rispetto di regole o l’inserimento sociale. Significa anche valutare l’efficacia delle politiche pubbliche.
Uno Stato moderno dovrebbe essere in grado di rispondere a una domanda semplice: quanti cittadini stranieri, grazie a un percorso di integrazione riuscito, sono usciti progressivamente dal circuito dell’assistenza, hanno trovato un lavoro stabile, hanno iniziato a contribuire al sistema fiscale e previdenziale e hanno raggiunto una piena autonomia economica?
Se riuscissimo a misurare questo percorso, il dibattito sull’immigrazione cambierebbe profondamente. Non discuteremmo più soltanto del costo del welfare, ma del valore economico e sociale dell’integrazione. Ed è proprio da questa prospettiva che dovrebbe partire una nuova politica della permanenza.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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