Da più di vent’anni la destra italiana considera il controllo dell’immigrazione uno dei temi centrali della propria proposta politica. Nel tempo sono cambiate le maggioranze, i leader e soprattutto le parole utilizzate per rappresentare l’obiettivo: Bossi-Fini, respingimenti, porti chiusi, blocco navale e, oggi, remigrazione.
Ridurre questa storia a una successione di slogan sarebbe però sbagliato. I governi di centrodestra hanno approvato norme importanti, modificato profondamente la legislazione sull’immigrazione, rafforzato gli strumenti di contrasto all’irregolarità e tentato differenti forme di cooperazione con i Paesi di origine e di transito.
La questione che dovrebbe interessare oggi non è quindi stabilire se la destra abbia fatto abbastanza o troppo poco. È comprendere perché, nonostante venticinque anni di interventi, il problema continui a ripresentarsi sostanzialmente nelle stesse forme.
La Bossi-Fini tentò di collegare più strettamente immigrazione e lavoro e di rendere maggiormente effettive le espulsioni. La stagione dei respingimenti cercò di intervenire direttamente sulle rotte. I “porti chiusi” spostarono l’attenzione sugli sbarchi e sull’attività delle navi delle ONG. Il blocco navale puntò invece sulla prevenzione delle partenze attraverso una dimensione europea e internazionale.
Oggi la remigrazione introduce una nuova prospettiva: non concentrarsi soltanto sull’ingresso, ma anche sull’uscita dal territorio di chi non dovrebbe più permanervi.
È un’evoluzione importante del dibattito. Ma proprio l’esperienza accumulata negli ultimi venticinque anni dovrebbe suggerire che nessuna parola, da sola, può trasformarsi in una politica migratoria efficace.
Il problema italiano è stato spesso quello di intervenire su una singola fase del fenomeno senza costruire un sistema capace di seguirne l’intero ciclo.
È qui che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” può offrire un contributo tecnico.
Il primo pilastro è quello della permanenza condizionata come fondamento giuridico.
La questione non dovrebbe essere semplicemente stabilire chi entra. Occorre stabilire, soprattutto, a quali condizioni si rimane.
Il soggiorno dello straniero non può essere concepito né come una concessione precaria continuamente rimessa alla discrezionalità dello Stato, né come un processo inevitabilmente destinato alla stabilizzazione con il semplice trascorrere del tempo. Deve dipendere da condizioni giuridicamente definite e verificabili.
È una differenza importante rispetto alle politiche concentrate esclusivamente sulla frontiera.
Un sistema può anche riuscire a ridurre gli arrivi per alcuni mesi. Ma rimane irrisolto il problema delle centinaia di migliaia di persone già presenti sul territorio, delle quali lo Stato deve conoscere la posizione giuridica, lavorativa, familiare e sociale.
Da qui deriva un secondo pilastro del paradigma: l’integrazione verificabile attraverso lavoro, lingua e rispetto delle regole.
Per anni abbiamo discusso di integrazione come di un obiettivo generale, raramente domandandoci come verificarne concretamente il risultato.
Il paradigma propone invece di utilizzare alcuni parametri semplici e individuali.
Il lavoro misura, con tutte le necessarie cautele, il livello di autonomia e partecipazione economica. La conoscenza della lingua italiana indica la capacità di interagire autonomamente con la società e con le istituzioni. Il rispetto delle regole rappresenta il presupposto elementare della convivenza.
Non si tratta di costruire un sistema punitivo. Si tratta di trasformare l’integrazione da concetto politico astratto a processo amministrativamente conoscibile.
Ed è proprio quando questo percorso viene seguito nel tempo che acquista senso il settimo pilastro: la ReImmigrazione come esito fisiologico del sistema.
Questo è probabilmente il passaggio che può essere più utile anche all’attuale dibattito sulla remigrazione.
Una politica dei rimpatri non dovrebbe dipendere dall’esistenza di un’emergenza, dall’arrivo di un nuovo governo o dal lancio di una campagna politica.
Se una persona perde definitivamente le condizioni per soggiornare e non esistono ostacoli costituzionali, europei o internazionali all’allontanamento, il ritorno dovrebbe rappresentare l’esito ordinario di un procedimento amministrativo, non un’operazione eccezionale.
La ReImmigrazione, in questa prospettiva, non è deportazione collettiva e non è selezione etnica o culturale. È una decisione individuale, fondata sulla legge, preceduta da una verifica della posizione della persona e sottoposta al controllo del giudice.
Questo significa anche riconoscere che il problema dei rimpatri italiani non si risolve semplicemente aumentando il numero delle ipotesi di espulsione.
Bisogna rendere quelle decisioni materialmente eseguibili.
Qui entra in gioco il nono pilastro del paradigma: la Polizia dell’Immigrazione come corpo specializzato.
Per governare davvero l’immigrazione servono funzionari e strutture che conoscano in maniera specialistica questa materia, banche dati integrate, procedure digitali e soprattutto una chiara separazione delle funzioni.
Una cosa è amministrare ingressi e permessi di soggiorno. Un’altra è verificare il percorso di integrazione. Un’altra ancora è eseguire un rimpatrio.
Continuare a distribuire queste competenze tra uffici differenti, spesso già sovraccarichi di altre funzioni, significa rendere difficile individuare chi sia concretamente responsabile del risultato finale.
Ed è per questo che il paradigma arriva al decimo pilastro: un Ministero dell’Integrazione e della ReImmigrazione.
Non necessariamente un nuovo apparato burocratico, ma una regia politica unitaria.
Immigrazione, lavoro, integrazione e rimpatri sono oggi trattati amministrativamente come problemi differenti. Nella vita dello straniero rappresentano invece momenti dello stesso percorso.
Una politica migratoria efficace dovrebbe essere capace di seguirlo dall’inizio alla fine: ingresso, identificazione, soggiorno, inserimento lavorativo, verifica dell’integrazione, decisione sulla permanenza ed eventuale ritorno.
Questa è forse la lezione più importante che la destra italiana può ricavare dai propri ultimi venticinque anni di esperienza.
La Bossi-Fini non è stata inutile. I respingimenti non sono stati soltanto propaganda. I porti chiusi hanno prodotto conseguenze politiche e normative. Il blocco navale ha posto il problema della prevenzione delle partenze. La remigrazione pone oggi quello dell’effettività del ritorno.
Ognuna di queste stagioni ha individuato una parte del problema.
Ciò che è mancato è la capacità di trasformare quelle parti in un unico sistema.
Per questo la remigrazione può rappresentare un passaggio interessante, a condizione che non diventi semplicemente la nuova parola destinata a sostituire quelle precedenti.
Chi vuole realmente affrontare il problema dovrebbe chiedersi non soltanto quanti stranieri rimpatriare, ma come costruire una struttura amministrativa capace di sapere, per ciascuna persona, se esistono ancora le condizioni per rimanere.
E dovrebbe occuparsi altrettanto seriamente dell’altro lato della questione: chi rispetta quelle condizioni e realizza un percorso effettivo di integrazione deve trovare uno Stato capace di riconoscerlo e favorirne la stabilizzazione.
È questo il significato della formula “Integrazione o ReImmigrazione”.
Non scegliere preventivamente tra accogliere e rimpatriare.
Costruire un ordinamento capace di distinguere.
Dopo venticinque anni di politiche migratorie della destra, forse il salto di qualità possibile è proprio questo: passare dalla ricerca della misura risolutiva alla costruzione di un sistema permanente, verificabile e amministrativamente eseguibile.
Le parole possono continuare a cambiare.
Il problema resterà finché non cambierà il modo in cui lo Stato lo amministra.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista – Registro Trasparenza UE n. 280782895721-36
ORCID 0009-0004-7030-0428

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