Il confronto tra Italia e Spagna sulle politiche migratorie rischia di essere ridotto ancora una volta a una contrapposizione ideologica: da una parte il governo spagnolo, che ha scelto nel 2026 una vasta regolarizzazione degli stranieri già presenti sul territorio; dall’altra il governo italiano, che critica quella scelta ma continua contemporaneamente a programmare centinaia di migliaia di nuovi ingressi per lavoro.
La questione, però, merita un’analisi meno superficiale.
Il 9 agosto 2026, con aggiornamento del 10 agosto, elDiario.es ha dedicato un approfondimento proprio a questa apparente contraddizione, osservando come il governo italiano contesti la regolarizzazione spagnola mentre mantiene un sistema di ingresso per quote destinato ad ammettere circa mezzo milione di lavoratori extracomunitari tra il 2026 e il 2028.
Il dato italiano non è una stima giornalistica. Il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 2 ottobre 2025, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 15 ottobre 2025, ha programmato per il triennio 2026-2028 complessivamente 164.850 ingressi nel 2026, 165.850 nel 2027 e 166.850 nel 2028. In totale, 497.550 cittadini stranieri residenti all’estero possono essere ammessi nell’ambito delle quote per lavoro subordinato stagionale e non stagionale e per lavoro autonomo.
La Spagna ha seguito una strada differente.
Il Governo Sánchez ha approvato nell’aprile 2026 una regolarizzazione amministrativa straordinaria destinata agli stranieri già presenti nel Paese. Il procedimento consente, a determinate condizioni, a persone in situazione amministrativa irregolare e a richiedenti protezione internazionale di ottenere un’autorizzazione di soggiorno e lavoro. È richiesta, tra l’altro, la presenza in Spagna da prima del 1° gennaio 2026, una permanenza continuativa di almeno cinque mesi e l’assenza di precedenti penali o di condizioni ostative relative all’ordine e alla sicurezza pubblica.
Il Governo spagnolo ha stimato in circa mezzo milione i potenziali beneficiari della misura e ha presentato la regolarizzazione come uno strumento di normalizzazione della posizione di persone che già vivono, lavorano e hanno costruito relazioni sociali nel Paese.
A questo punto, però, la domanda non dovrebbe essere se la Spagna abbia ragione e l’Italia torto, oppure il contrario.
La domanda dovrebbe essere molto più concreta: prima di cercare nuova manodopera all’estero, uno Stato dovrebbe verificare quanta della popolazione straniera già presente sul proprio territorio potrebbe essere inserita legalmente nel mercato del lavoro?
È questo il punto sul quale il confronto tra i due modelli diventa realmente interessante.
L’Italia ha indubbiamente bisogno di lavoratori stranieri. Lo dimostra la dimensione stessa della programmazione dei flussi. Agricoltura, turismo, edilizia, industria, assistenza familiare e numerosi altri settori incontrano difficoltà nel reperimento della manodopera necessaria.
Ma contemporaneamente sul territorio italiano vivono cittadini stranieri che lavorano in condizioni irregolari, persone che hanno perso il titolo di soggiorno, richiedenti protezione internazionale, ex richiedenti asilo, lavoratori entrati attraverso precedenti decreti flussi e successivamente rimasti senza l’impiego promesso, oppure persone che hanno sviluppato negli anni relazioni sociali e lavorative senza riuscire a stabilizzare definitivamente la propria posizione amministrativa.
Il problema, allora, è capire se abbia senso programmare continuamente nuovi ingressi senza avere prima una fotografia precisa delle risorse umane già presenti nel Paese.
L’articolo di elDiario.es mette peraltro in evidenza un’altra criticità del sistema italiano: secondo le testimonianze e le organizzazioni richiamate dalla testata, una parte dei lavoratori ammessi attraverso il Decreto Flussi si troverebbe, una volta arrivata in Italia, senza il datore di lavoro che aveva originariamente richiesto l’ingresso oppure coinvolta in meccanismi fraudolenti di intermediazione. La testata riporta anche il caso di un lavoratore bengalese che afferma di aver pagato 10.000 euro a un intermediario con la promessa di ottenere lavoro e documenti in Italia.
È un paradosso evidente.
Lo Stato programma l’ingresso legale di un lavoratore perché un’impresa dichiara di averne bisogno. Il lavoratore affronta costi, procedure consolari e trasferimenti internazionali. Arriva in Italia. Ma se il rapporto di lavoro non viene effettivamente costituito, proprio il canale progettato per contrastare l’immigrazione irregolare rischia di produrre nuova irregolarità.
elDiario.es, richiamando i dati della campagna Ero Straniero, riferisce inoltre che solo una parte delle quote programmate si trasformerebbe effettivamente in permessi di soggiorno e rapporti di lavoro consolidati. Sono dati provenienti da una fonte associativa e devono quindi essere valutati come tali, ma evidenziano comunque un problema che merita una verifica istituzionale: non basta stabilire quante persone possano entrare; occorre conoscere quante completino realmente il percorso per il quale sono state autorizzate.
È precisamente qui che il confronto con la Spagna può essere utile senza trasformarsi nell’ennesima disputa politica tra governi.
La regolarizzazione non è necessariamente una buona politica in ogni circostanza. Se utilizzata ciclicamente e senza criteri rigorosi può produrre aspettative di future sanatorie e indebolire la credibilità delle regole sull’ingresso e sul soggiorno.
Ma neppure il sistema delle quote è automaticamente una buona politica per il solo fatto di qualificarsi come immigrazione legale.
La vera discriminante dovrebbe essere l’efficacia.
Un sistema funziona se è capace di mettere in relazione un effettivo bisogno di lavoro con una persona effettivamente disponibile a svolgerlo, garantendo successivamente contratto, salario, contribuzione, soggiorno regolare e progressiva integrazione.
Ed è proprio qui che il paradigma Integrazione o ReImmigrazione può offrire una diversa chiave di lettura.
Prima di programmare nuovi ingressi, lo Stato dovrebbe conoscere meglio la popolazione straniera che già vive sul proprio territorio.
Dovrebbe sapere quante persone lavorano, quante potrebbero essere inserite nel mercato del lavoro, quante possiedono competenze utilizzabili nei settori caratterizzati da carenza di personale, quante conoscono la lingua italiana, quante hanno figli inseriti nel sistema scolastico e quante hanno costruito un effettivo radicamento sociale.
In altre parole, occorrerebbe introdurre nella politica migratoria un elemento che oggi manca quasi completamente: la misurazione dell’integrazione.
Non per creare una graduatoria morale degli stranieri.
Non per trasformare automaticamente la mancata occupazione in una causa di espulsione.
Ma per consentire allo Stato di prendere decisioni sulla base della realtà invece che soltanto sulla base delle quote annuali.
Una persona che vive in Italia da anni, parla italiano, lavora, versa contributi, ha figli inseriti nella scuola e possiede una rete sociale stabile presenta una situazione completamente diversa da quella di chi non ha costruito alcun percorso di inserimento e non dispone più di un titolo giuridico che ne consenta la permanenza.
Una politica migratoria razionale dovrebbe essere capace di riconoscere questa differenza.
L’integrazione riuscita dovrebbe condurre verso una crescente stabilizzazione.
L’integrazione ancora incompleta dovrebbe determinare interventi mirati di formazione, lingua e inserimento lavorativo.
Quando invece non esiste un diritto alla permanenza e non sono presenti condizioni individuali che ne impediscano legittimamente l’allontanamento, il ritorno dovrebbe diventare effettivo.
È questa la logica della ReImmigrazione: non l’espulsione indiscriminata, ma una politica nella quale integrazione e ritorno rappresentano due possibili esiti di percorsi individualmente valutati.
Il modello spagnolo presenta, da questo punto di vista, un elemento che merita attenzione. La regolarizzazione approvata nel 2026 non concede semplicemente un titolo indefinito: l’autorizzazione iniziale ha durata annuale e, alla scadenza, i beneficiari devono passare nelle figure ordinarie previste dalla normativa sull’immigrazione. Il Governo la considera quindi una porta di ingresso verso un successivo percorso di integrazione amministrativa ordinaria.
La vera domanda sarà vedere cosa accadrà dopo.
Quanti dei beneficiari lavoreranno stabilmente? Quanti raggiungeranno autonomia economica? Quanti proseguiranno regolarmente il proprio percorso di soggiorno? Quanti rimarranno fuori dal mercato del lavoro? Quale sarà l’effetto sulla contribuzione sociale e sul lavoro irregolare?
Sono questi i dati che permetteranno di giudicare seriamente la politica spagnola.
Ed è esattamente lo stesso criterio con il quale dovrebbe essere valutato il Decreto Flussi italiano.
Non quanti ingressi sono stati programmati.
Ma quanti di quegli ingressi si sono trasformati in lavoro vero, soggiorno regolare e integrazione.
La contrapposizione tra Spagna e Italia può quindi essere utile se ci costringe a superare una vecchia impostazione.
Non esistono soltanto due alternative: sanatoria oppure nuovi ingressi.
Potrebbe esistere una terza strada.
Prima si misura la popolazione straniera già presente. Si individua chi è già inserito o concretamente inseribile nel mercato del lavoro. Si interviene sulle situazioni di irregolarità che possono essere legalmente ricondotte all’interno dell’ordinamento. Si verifica quali settori continuano ad avere bisogno di manodopera. E soltanto successivamente si programma l’immigrazione economica dall’estero nella quantità realmente necessaria.
Il principio potrebbe essere sintetizzato in una formula molto semplice:
prima integrare ciò che è già presente, poi importare ciò che realmente manca.
Non significa rinunciare ai nuovi ingressi.
Significa programmarli meglio.
E soprattutto significa smettere di considerare la politica migratoria come una semplice amministrazione di numeri.
Quasi mezzo milione di ingressi programmati in Italia e circa mezzo milione di persone interessate dalla regolarizzazione spagnola sembrano due numeri simili.
In realtà rappresentano due concezioni differenti.
La Spagna prova a trasformare una popolazione già presente da irregolare in regolare.
L’Italia prova a soddisfare il fabbisogno economico importando nuova manodopera attraverso canali programmati.
Entrambi i modelli possono funzionare.
Entrambi possono fallire.
La differenza sarà determinata da una sola cosa: quante persone riusciranno realmente a trasformare il soggiorno in integrazione.
È questo il dato che l’Europa dovrebbe finalmente imparare a misurare.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista – Registro Trasparenza UE n. 280782895721-36
ORCID 0009-0004-7030-0428

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