L’entrata in vigore del nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo è stata presentata come l’inizio di una nuova stagione delle politiche migratorie dell’Unione europea. Per anni il confronto politico si è concentrato sulla necessità di superare il sistema di Dublino, rafforzare i controlli alle frontiere esterne, accelerare le procedure di asilo e rendere più efficaci i rimpatri. Eppure, a pochi giorni dall’avvio della sua applicazione, è già arrivato un primo segnale destinato a far discutere.
Il Tribunale di Palermo ha infatti adottato un provvedimento che rimette al centro il ruolo della giurisdizione nel controllo delle nuove misure previste dal Patto europeo. Al di là delle valutazioni sul singolo caso, la decisione assume un valore più generale: ricorda che nessuna riforma in materia di immigrazione può sottrarsi al vaglio dei giudici e al rispetto dei diritti fondamentali garantiti dall’ordinamento europeo e costituzionale.
Questo rappresenta un passaggio importante. Negli ultimi anni il dibattito pubblico si è spesso sviluppato come se l’approvazione di una riforma legislativa fosse sufficiente a risolvere le criticità del fenomeno migratorio. In realtà, la storia del diritto dell’immigrazione dimostra esattamente il contrario. Ogni grande riforma è destinata ad essere interpretata, precisata e, se necessario, corretta dalla giurisprudenza nazionale ed europea.
La decisione del Tribunale di Palermo dimostra quindi che il Patto europeo non rappresenta il punto di arrivo del dibattito, bensì il suo vero punto di partenza.
Esiste però una questione ancora più profonda che continua a rimanere ai margini della discussione politica europea.
Il Patto disciplina prevalentemente gli ingressi, le procedure di frontiera, l’esame delle domande di protezione internazionale e la redistribuzione delle responsabilità tra gli Stati membri. Tutti temi certamente rilevanti. Manca tuttavia una riflessione altrettanto organica sulla fase successiva, quella che riguarda le persone che rimangono stabilmente nel territorio dell’Unione.
L’Europa continua infatti a discutere di chi entra, ma dedica ancora poca attenzione a come valutare, nel tempo, il percorso di integrazione di chi già vive nei Paesi membri.
È proprio questo il nodo che, probabilmente, caratterizzerà il prossimo decennio delle politiche migratorie.
Le statistiche sugli sbarchi, sulle domande di asilo e sui rimpatri costituiscono indicatori indispensabili, ma non sono sufficienti per comprendere l’effettiva capacità di integrazione di un sistema giuridico. Un moderno ordinamento dovrebbe essere in grado di elaborare anche indicatori oggettivi capaci di misurare i percorsi individuali di integrazione, valorizzando chi rispetta le regole della convivenza civile e individuando, con criteri predeterminati e verificabili, le situazioni di persistente fallimento del percorso di integrazione.
Il vero confronto europeo, dunque, non dovrebbe limitarsi all’alternativa tra maggiore apertura o maggiore chiusura delle frontiere. La domanda destinata ad assumere crescente rilevanza sarà un’altra: quali criteri giuridici devono governare la permanenza nel territorio dell’Unione europea?
La decisione del Tribunale di Palermo dimostra che il Patto europeo sarà inevitabilmente sottoposto al controllo della giurisdizione. Ma dimostra anche qualcosa di ancora più importante: il dibattito sulle politiche migratorie europee è tutt’altro che concluso.
Anzi, probabilmente, deve ancora iniziare davvero.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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