Secondo i più recenti dati dell’ISTAT, al 1° gennaio 2026 i cittadini stranieri residenti in Italia sono 5,56 milioni, pari al 9,4% della popolazione. Si tratta di un dato destinato a far riflettere, non tanto per la sua dimensione numerica quanto per ciò che rappresenta: l’immigrazione non è più un fenomeno straordinario o temporaneo, ma una componente strutturale della società italiana.
Per anni il dibattito pubblico si è concentrato quasi esclusivamente sugli sbarchi, sugli ingressi irregolari e sui rimpatri. Sono temi certamente importanti, ma fotografano soltanto una parte del fenomeno. I dati ISTAT dimostrano invece che quasi una persona su dieci residente nel nostro Paese è cittadina straniera. Questo impone un cambio di prospettiva.
Quando un fenomeno assume carattere strutturale, non basta più chiedersi quante persone entrano in Italia. Occorre domandarsi come vivono, se lavorano, se conoscono la lingua italiana, se rispettano l’ordinamento giuridico, se partecipano alla vita della comunità e se stanno costruendo un autentico percorso di integrazione.
Ed è proprio qui che emerge il limite delle statistiche oggi disponibili.
Lo Stato conosce il numero dei residenti stranieri, il numero dei permessi di soggiorno rilasciati, delle domande di protezione internazionale presentate, dei ricongiungimenti familiari e dei rimpatri eseguiti. Sono informazioni indispensabili, ma riguardano prevalentemente la posizione amministrativa delle persone.
Ciò che continua a mancare è una misurazione sistematica dell’integrazione.
Non disponiamo di indicatori pubblici e omogenei che consentano di comprendere quanti stranieri abbiano raggiunto un’effettiva autonomia economica, quanti abbiano una stabile conoscenza della lingua italiana, quanti partecipino alla vita civica, quanti abbiano consolidato un percorso lavorativo duraturo o quanti abbiano rispettato nel tempo gli impegni derivanti dall’Accordo di integrazione.
In altre parole, misuriamo la presenza, ma non il percorso.
Questa lacuna rende inevitabilmente incompleto anche il dibattito politico. Da una parte si continua a discutere di nuove politiche di accoglienza; dall’altra si invocano politiche di rimpatrio o di remigrazione. Entrambe le posizioni rischiano però di trascurare una domanda preliminare: come distinguere, attraverso criteri oggettivi, chi ha costruito un reale percorso di integrazione da chi non lo ha fatto?
Una moderna politica migratoria dovrebbe essere in grado di rispondere proprio a questo interrogativo.
Il dato dei 5,56 milioni non dovrebbe quindi essere letto come un semplice numero demografico. Dovrebbe rappresentare il punto di partenza per ripensare gli strumenti di governo dell’immigrazione. Se quasi il 10% della popolazione residente è costituito da cittadini stranieri, allora la sfida principale non è più soltanto quella di controllare gli ingressi, ma quella di valutare in modo serio, trasparente e verificabile i percorsi di permanenza.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce da questa constatazione. Non propone di sostituire il diritto con gli slogan, ma di colmare una lacuna conoscitiva delle attuali politiche migratorie. Uno Stato moderno non dovrebbe limitarsi a sapere quante persone sono presenti sul proprio territorio; dovrebbe essere in grado di valutare anche il livello della loro integrazione, utilizzando indicatori oggettivi e individuali.
Il dato dell’ISTAT non chiude dunque il dibattito. Lo apre. Perché il futuro delle politiche migratorie non dipenderà soltanto da quanti immigrati vivono in Italia, ma dalla capacità delle istituzioni di comprendere, misurare e governare i loro percorsi di integrazione.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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