L’articolo del Sole 24 Ore intitolato “Immigrazione: dalla politica dei flussi alla politica del capitale umano” coglie un cambiamento che sta progressivamente emergendo nel dibattito europeo. Per molti anni il confronto politico si è concentrato quasi esclusivamente sulla gestione quantitativa dell’immigrazione: quanti ingressi autorizzare, come controllare le frontiere, come distribuire i richiedenti asilo tra gli Stati membri e come rendere più efficaci i rimpatri.
Oggi, invece, inizia ad affermarsi una prospettiva diversa. Non basta più discutere del numero delle persone che entrano in un Paese; occorre interrogarsi anche sulle competenze, sulle professionalità e sul contributo che l’immigrazione può offrire allo sviluppo economico e sociale. È la logica del capitale umano, che considera la persona non soltanto come destinataria di una disciplina amministrativa, ma anche come risorsa potenziale per il sistema produttivo.
Si tratta di un’evoluzione significativa e, sotto molti aspetti, positiva. Una moderna politica migratoria non può prescindere dalle esigenze del mercato del lavoro, dall’invecchiamento della popolazione e dalla crescente competizione internazionale per attrarre lavoratori qualificati.
Tuttavia, proprio perché il dibattito sta evolvendo, è necessario compiere un ulteriore passo in avanti.
La politica dei flussi risponde alla domanda: quanti far entrare.
La politica del capitale umano risponde alla domanda: chi far entrare.
Manca però una terza domanda, destinata a diventare sempre più centrale nei prossimi anni: come valutare il percorso di integrazione di chi rimane?
È su questo terreno che, a mio avviso, si giocherà la prossima stagione delle politiche migratorie europee.
L’integrazione non può essere considerata un concetto esclusivamente culturale o sociologico. Deve diventare anche una categoria giuridica, fondata su criteri oggettivi, trasparenti e verificabili. Il rispetto delle leggi, la partecipazione alla vita lavorativa, l’autonomia economica, la conoscenza della lingua italiana, il rispetto dei principi costituzionali e l’assenza di comportamenti incompatibili con la convivenza civile rappresentano elementi che possono essere valutati nel tempo attraverso indicatori predeterminati.
Solo così sarà possibile superare una contrapposizione che da anni divide il dibattito pubblico tra chi ritiene che l’immigrazione rappresenti esclusivamente una risorsa e chi, al contrario, la considera soltanto un problema.
La vera sfida consiste nel riconoscere che non esistono giudizi validi in astratto. Esistono, invece, percorsi individuali che possono essere valutati sulla base di criteri giuridici uguali per tutti.
Una politica dell’integrazione non sostituisce la politica dei flussi né quella del capitale umano. Le completa.
Selezionare gli ingressi è importante. Attrarre competenze è altrettanto importante. Ma nessuna politica migratoria può dirsi realmente compiuta se rinuncia a valutare, nel tempo, l’effettiva integrazione delle persone che vivono stabilmente nel territorio nazionale.
Il dibattito aperto dal Sole 24 Ore rappresenta quindi un passaggio significativo. La riflessione sul capitale umano segna un progresso rispetto a una visione esclusivamente numerica dell’immigrazione. Il passo successivo, tuttavia, dovrebbe essere la costruzione di una vera politica dell’integrazione, capace di misurare i percorsi individuali con criteri oggettivi e di collegare la permanenza nel territorio nazionale anche all’effettiva realizzazione del progetto di integrazione.
È probabilmente questa la discussione che l’Europa sarà chiamata ad affrontare nei prossimi anni.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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