On. Silvia Sardone, c’è una terza via: il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.

Il recente intervento dell’On. Silvia Sardone, relativo alla celebrazione dell’Ashura a Milano, riporta al centro del dibattito un tema che da anni divide la politica italiana: l’integrazione.

Nel suo post l’On. Sardone afferma che quanto accaduto a Milano non rappresenterebbe integrazione, bensì un fenomeno da contrastare. È una posizione politica legittima, che pone interrogativi reali sul rapporto tra immigrazione, valori condivisi e coesione sociale.

Credo, tuttavia, che il dibattito possa compiere un passo ulteriore.

Oggi il confronto pubblico sembra oscillare tra due modelli contrapposti. Da una parte vi è chi ritiene sufficiente l’accoglienza, confidando che l’integrazione si realizzi spontaneamente. Dall’altra vi è chi individua nella remigrazione la risposta alle criticità emerse negli ultimi anni.

A mio avviso manca una terza prospettiva.

È il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.

La differenza rispetto al concetto di remigrazione è sostanziale.

La remigrazione, così come sviluppatasi in alcune elaborazioni politiche francesi e tedesche, prende le mosse da una prospettiva prevalentemente collettiva, riferita a categorie di persone.

Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, invece, rifiuta qualsiasi valutazione fondata sull’origine nazionale, sull’etnia, sulla religione o sull’appartenenza culturale.

L’unico parametro è la traiettoria individuale di integrazione.

Ogni persona deve essere valutata esclusivamente per il proprio percorso.

Lo Stato deve creare condizioni reali di integrazione, offrendo strumenti concreti per l’apprendimento della lingua italiana, l’accesso al lavoro, la conoscenza dell’ordinamento, dei diritti e dei doveri e dei principi fondamentali della Costituzione.

Parallelamente, lo straniero è chiamato a dimostrare, attraverso i propri comportamenti, di voler condividere quei valori che rendono possibile la convivenza democratica.

Quando questo percorso produce risultati positivi, l’integrazione rappresenta il naturale punto di arrivo.

Quando, invece, il percorso fallisce in modo stabile e oggettivamente verificabile, nonostante le opportunità offerte dallo Stato, allora può trovare applicazione la ReImmigrazione, intesa come istituto giuridico individuale, conforme alla Costituzione italiana, al diritto dell’Unione europea e agli obblighi internazionali.

È proprio questa impostazione che, a mio avviso, distingue il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” dalle altre proposte oggi presenti nel dibattito politico.

Non si parte dall’allontanamento dello straniero.

Si parte dall’integrazione.

La ReImmigrazione non costituisce il presupposto della politica migratoria, ma la conseguenza eventuale del fallimento di un percorso individuale che lo Stato ha il dovere di costruire e la persona ha il dovere di percorrere.

Per questo rivolgo un invito all’On. Silvia Sardone.

Valuti il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.

Ritengo che esso possa offrire una base giuridicamente più solida e costituzionalmente orientata rispetto all’attuale contrapposizione tra accoglienza indiscriminata e remigrazione.

L’Italia ha bisogno di una politica migratoria che non rinunci né all’integrazione né alla responsabilità.

Una politica capace di misurare, caso per caso, la reale integrazione della persona e di prevedere conseguenze giuridiche coerenti quando tale percorso abbia avuto successo oppure sia definitivamente fallito.

È questa, a mio avviso, la vera terza via.


Avv. Fabio Loscerbo

Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea in materia di Migrazione e Asilo
ID Registro: 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0005-9506-0411

Commenti

Lascia un commento