Parigi, tre donne accoltellate: perché l’Europa deve studiare il rapporto tra marginalità, migrazione e disagio psichico

Tre donne di 19, 24 e 36 anni sono state accoltellate nella tarda mattinata del 27 luglio, nei pressi di Porte de Clichy, nel XVII arrondissement di Parigi. L’aggressore, armato di due coltelli da cucina, è stato fermato da un agente di polizia libero dal servizio. Due delle vittime hanno riportato ferite gravi, sebbene, secondo le prime comunicazioni delle autorità francesi, nessuna sarebbe in pericolo di vita.

La dinamica è impressionante, ma le informazioni disponibili impongono prudenza. L’uomo arrestato non aveva documenti con sé, la sua identità era ancora in corso di accertamento e le dichiarazioni rese al momento del fermo sono state definite incoerenti. In un filmato circolato sui social si sentirebbe un riferimento ad Allah, ma le autorità francesi non hanno attribuito all’episodio una matrice terroristica e il movente resta, al momento, da chiarire.

Proprio questa incertezza rende necessario evitare le due reazioni opposte che ormai accompagnano quasi automaticamente ogni episodio di violenza urbana. Da una parte vi è chi trasforma immediatamente ogni aggressione compiuta da una persona presumibilmente straniera in una prova generale contro l’immigrazione. Dall’altra vi è chi rifiuta persino di interrogarsi sul percorso personale, giuridico, sociale e sanitario dell’autore, come se porre una domanda significasse già formulare una condanna collettiva.

Entrambi gli atteggiamenti sono sbagliati. Il primo perché sostituisce i fatti con il pregiudizio. Il secondo perché trasforma la prudenza in rimozione.

Il caso di Parigi ripropone, su scala europea, la stessa domanda sollevata dopo l’aggressione avvenuta a Milano, dove una giovane donna era stata sfregiata da uno sconosciuto: esiste un rapporto, non automatico né generalizzabile, tra determinati percorsi migratori, marginalità sociale, isolamento, disagio psichico e rischio di comportamenti violenti?

Non si tratta di sostenere che i migranti siano maggiormente inclini alla violenza o che la malattia mentale conduca inevitabilmente al crimine. Una simile affermazione sarebbe falsa, discriminatoria e scientificamente infondata. La grande maggioranza delle persone affette da disturbi psichici non è violenta; spesso, al contrario, è maggiormente esposta al rischio di subire violenze, sfruttamento ed esclusione.

Il problema è diverso e più complesso. Bisogna chiedersi che cosa accada quando una persona attraversa traumi precedenti alla partenza, violenze durante il viaggio, perdita dei legami familiari, precarietà giuridica, disoccupazione, dipendenze, solitudine e assenza di accesso effettivo ai servizi sanitari. Bisogna capire che cosa accada quando questi fattori non vengono mai valutati nel loro insieme e quando il soggetto scompare progressivamente dai sistemi di accoglienza, dai servizi sociali e dalle strutture sanitarie, rimanendo visibile soltanto alla polizia nel momento in cui commette un reato.

L’Organizzazione mondiale della sanità ha rilevato che, tra rifugiati e migranti, alcune condizioni come depressione, ansia, disturbo post-traumatico da stress e rischio suicidario possono presentarsi con maggiore frequenza rispetto alle popolazioni dei Paesi ospitanti. In alcuni contesti è stata osservata anche una maggiore incidenza delle psicosi, collegata non alla provenienza etnica in quanto tale, ma all’accumulo di svantaggi sociali prima, durante e dopo il percorso migratorio.

Questo dato deve essere interpretato con rigore. Non dimostra un rapporto diretto tra migrazione e criminalità. Dimostra, però, che la migrazione può diventare un fattore di vulnerabilità psicologica quando si combina con traumi, marginalità e assenza di assistenza. Anche la ricerca sull’isolamento sociale dei rifugiati trasferiti nei Paesi ad alto reddito evidenzia una correlazione con depressione, stress post-traumatico e sofferenza psicologica, mentre gli interventi specificamente destinati a contrastare la solitudine restano limitati.

Il vero fallimento europeo consiste nel considerare l’integrazione quasi esclusivamente attraverso indicatori formali. Si verifica se una persona possiede un permesso di soggiorno, se ha frequentato un corso di lingua, se ha sottoscritto un contratto di lavoro o se risulta iscritta al servizio sanitario. Molto più raramente si misura la stabilità effettiva del suo percorso, la capacità di mantenere relazioni sociali, la presenza di dipendenze, il deterioramento psichico, il grado di isolamento o l’eventuale progressiva perdita di contatto con le istituzioni.

L’Unione europea dispone di programmi sull’integrazione e l’inclusione, finanzia progetti attraverso fondi dedicati e riconosce l’importanza dell’accesso alla salute, all’istruzione, all’alloggio e al lavoro. Tuttavia, manca ancora una valutazione sistematica e periodica dell’integrazione individuale che consenta di individuare precocemente le situazioni di grave fragilità.

L’integrazione viene concepita come una procedura amministrativa da completare, non come una condizione sociale da verificare nel tempo. Una volta rilasciato il documento, concluso il progetto di accoglienza o trovato un impiego, le istituzioni presumono spesso che il problema sia risolto. Ma una persona può avere un permesso ed essere completamente isolata; può lavorare e soffrire di una grave patologia psichiatrica; può conoscere la lingua e vivere ai margini della società; può avere attraversato per anni i servizi pubblici senza che nessuno abbia mai ricostruito complessivamente il suo percorso.

Esiste poi un ulteriore ostacolo, rappresentato dalle barriere linguistiche e culturali nell’accesso alla salute mentale. La letteratura scientifica rileva che molti cittadini di Paesi terzi incontrano difficoltà nel comunicare con gli operatori sanitari, comprendere i percorsi terapeutici e accedere a servizi culturalmente adeguati.

A ciò si aggiunge la frammentazione istituzionale. La questura conosce la posizione amministrativa, il Comune conosce forse la situazione abitativa, i servizi sanitari possiedono dati clinici, le strutture di accoglienza conoscono una parte del percorso personale e l’autorità giudiziaria interviene quando il soggetto ha già commesso un illecito. Nessuna istituzione, tuttavia, sembra incaricata di comporre questi elementi in una valutazione complessiva, nel rispetto della riservatezza e delle garanzie individuali.

Il risultato è che l’Europa agisce troppo spesso soltanto dopo il fatto. Dopo l’aggressione si scopre che l’autore era già stato segnalato, che aveva manifestato comportamenti anomali, che viveva in condizioni di estrema marginalità, che aveva abbandonato una struttura o che non seguiva più una terapia. Si apre un’inchiesta, si discute per alcuni giorni e poi il caso scompare, senza produrre un cambiamento strutturale.

Studiare il rapporto tra migrazione, marginalità e disagio psichico significa evitare proprio questa rimozione. Significa raccogliere dati disaggregati e scientificamente attendibili, distinguendo tra migranti economici, richiedenti asilo, rifugiati, persone irregolari e seconde generazioni. Significa analizzare la durata della permanenza, le condizioni abitative, la presenza di traumi, l’accesso ai servizi, le dipendenze, i precedenti episodi di violenza e l’eventuale interruzione dei percorsi terapeutici.

Significa anche rifiutare l’idea che ogni spiegazione sociale debba necessariamente trasformarsi in una giustificazione. Comprendere le cause di una condotta non significa assolverne l’autore. La responsabilità penale rimane personale e la tutela delle vittime deve restare prioritaria. Ma uno Stato serio non si limita a punire chi ha già agito: deve costruire strumenti capaci di ridurre il rischio che determinate situazioni degenerino.

Occorre quindi introdurre un modello di integrazione verificabile e periodico. Nei casi di particolare vulnerabilità dovrebbero essere previsti controlli multidisciplinari, con il coinvolgimento coordinato di servizi sanitari, assistenti sociali, mediatori culturali e autorità competenti. Quando emergono gravi disturbi psichici, dipendenze, condotte aggressive o totale assenza di riferimenti sociali, lo Stato non può limitarsi a registrare il dato e attendere il successivo episodio.

La risposta deve naturalmente rispettare la dignità della persona, il principio di non discriminazione, il segreto professionale e la protezione dei dati sanitari. Ma questi principi non possono essere utilizzati come un alibi per impedire qualsiasi valutazione del rischio. Tutelare la libertà individuale non significa lasciare una persona gravemente malata e socialmente isolata abbandonata a se stessa, né esporre la collettività alle conseguenze prevedibili dell’inerzia istituzionale.

Nei casi in cui il soggetto straniero rappresenti un pericolo concreto e attuale, la risposta deve inoltre comprendere tutti gli strumenti previsti dall’ordinamento: trattamento sanitario quando ne ricorrano i presupposti, misure di prevenzione, controllo giudiziario ed eventuale allontanamento dal territorio nei limiti consentiti dalla legge e dagli obblighi internazionali. L’integrazione non può essere ridotta a un diritto unilaterale alla permanenza; comporta anche il rispetto delle regole, la partecipazione alla vita sociale e la compatibilità della condotta individuale con la sicurezza della comunità ospitante.

Il caso di Parigi non consente ancora di formulare conclusioni sulla condizione giuridica, sulla provenienza o sul movente dell’aggressore. Proprio per questo deve essere raccontato con cautela. Tuttavia, ciò non impedisce di riconoscere che l’Europa si trova davanti a una sequenza crescente di episodi apparentemente incomprensibili, spesso compiuti da persone isolate, prive di riferimenti stabili e affette, secondo le prime ricostruzioni, da disturbi psichici.

Continuare a trattare ogni vicenda come un caso eccezionale significa rinunciare a comprendere il fenomeno. Attribuire automaticamente ogni violenza all’immigrazione sarebbe irresponsabile; escludere per principio che determinati percorsi migratori possano produrre o aggravare condizioni di marginalità e sofferenza psichica lo sarebbe altrettanto.

La questione non riguarda soltanto la sicurezza. Riguarda la credibilità delle politiche europee di integrazione. Una politica che accoglie ma non osserva, regolarizza ma non verifica, finanzia ma non misura e interviene soltanto dopo la violenza non è una politica di integrazione. È una gestione amministrativa dell’immigrazione che lascia irrisolti i problemi più profondi.

Da Milano a Parigi, la domanda non può più essere rinviata. L’Europa deve studiare seriamente il rapporto tra marginalità, migrazione e disagio psichico, non per criminalizzare milioni di persone, ma per proteggere insieme le persone vulnerabili, le potenziali vittime e la sicurezza delle comunità.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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