Il 24 giugno 2026 Bruno Retailleau, attuale Ministro dell’Interno francese e una delle figure emergenti della destra francese, ha pubblicato un messaggio destinato a suscitare ampio dibattito. Commentando la questione dei rimpatri, Retailleau ha sostenuto che la Francia continua a rilasciare più visti di qualsiasi altro Paese europeo anche nei confronti di Stati che si rifiutano di collaborare al rientro dei propri cittadini destinatari di provvedimenti di espulsione. Da qui la proposta: nessuna cooperazione sui rimpatri, nessun visto.
Si tratta di una posizione che non può essere liquidata come una semplice dichiarazione elettorale. Al contrario, essa riflette una delle principali preoccupazioni che attraversano oggi gran parte delle opinioni pubbliche europee: la difficoltà di rendere effettivi i rimpatri degli stranieri che non hanno titolo per permanere sul territorio dell’Unione europea.
Sotto questo profilo, Retailleau individua un problema reale.
Da anni i governi europei adottano provvedimenti di espulsione che, nella pratica, rimangono spesso ineseguiti a causa della mancata collaborazione dei Paesi di origine. Senza documenti di viaggio, senza procedure di identificazione e senza accordi di riammissione efficaci, molti provvedimenti amministrativi finiscono per rimanere sulla carta, alimentando la percezione di una crescente distanza tra le decisioni adottate dalle istituzioni e la loro concreta attuazione.
Eppure, proprio le dichiarazioni del Ministro dell’Interno francese consentono di evidenziare quello che, a mio avviso, rappresenta il principale limite dell’attuale dibattito europeo sull’immigrazione.
Ancora una volta l’intera discussione ruota attorno a due momenti: l’ingresso e il rimpatrio.
Si discute di visti, di frontiere, di controlli, di espulsioni e di accordi con i Paesi terzi. Si discute di chi può entrare e di chi deve essere allontanato. Molto più raramente ci si interroga su ciò che accade nel periodo compreso tra questi due eventi.
Eppure è proprio in questa fase intermedia che si gioca il futuro delle politiche migratorie europee.
Milioni di stranieri vivono oggi stabilmente nei Paesi dell’Unione europea. Lavorano, studiano, formano famiglie, partecipano alla vita economica e sociale oppure, in alcuni casi, rimangono ai margini della comunità nazionale. È rispetto a queste persone che emerge la principale lacuna delle attuali politiche migratorie.
L’Europa dispone di strumenti sempre più sofisticati per controllare le frontiere esterne, registrare gli ingressi e coordinare i rimpatri. Ciò che continua a mancare è invece un sistema capace di misurare in modo oggettivo il livello di integrazione raggiunto da chi vive sul territorio europeo.
Quanti conoscono realmente la lingua del Paese ospitante? Quanti partecipano stabilmente al mercato del lavoro? Quanti rispettano gli obblighi derivanti dai percorsi di integrazione previsti dagli ordinamenti nazionali? Quanti condividono concretamente i principi fondamentali della comunità nella quale vivono?
Sono domande apparentemente semplici, ma alle quali la politica europea continua a fornire risposte frammentarie.
Per questa ragione il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” propone un approccio differente.
Il punto non è negare l’importanza delle frontiere né l’esigenza di rendere effettivi i rimpatri. Al contrario, entrambe le questioni rappresentano elementi essenziali di qualsiasi politica migratoria credibile. Tuttavia esse non possono esaurire l’intero dibattito.
Tra il rilascio del visto e l’esecuzione di un eventuale rimpatrio esiste infatti un percorso che dovrebbe diventare il vero oggetto delle politiche pubbliche: il percorso di integrazione.
Lavoro, conoscenza della lingua, rispetto delle regole e partecipazione alla vita della comunità non dovrebbero essere considerati meri obiettivi programmatici, ma criteri concretamente misurabili e giuridicamente rilevanti. Soltanto attraverso una valutazione oggettiva dell’integrazione diventa infatti possibile distinguere chi sta costruendo un autentico percorso di appartenenza alla comunità nazionale da chi, invece, rifiuta stabilmente di integrarsi.
È proprio qui che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” si differenzia dalle principali proposte oggi presenti nel dibattito europeo. Mentre molti leader politici continuano a concentrarsi quasi esclusivamente sugli ingressi e sui rimpatri, il paradigma sposta l’attenzione sulla fase che si colloca tra questi due momenti, trasformando l’integrazione nel criterio centrale della permanenza sul territorio.
Le dichiarazioni di Bruno Retailleau dimostrano quindi che il problema esiste e che una parte crescente della classe politica europea ne è pienamente consapevole.
La vera questione è se l’Europa continuerà a discutere soltanto di chi entra e di chi esce oppure se inizierà finalmente a interrogarsi su come misurare l’integrazione di chi è già qui.
Perché è proprio in questa domanda che si trova, probabilmente, il futuro delle politiche migratorie europee.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea n. 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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