L’articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano il 24 giugno 2026 sulle dichiarazioni (https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/06/24/vannacci-immigrazione-razzismo-convivenza-notizie/8426263/ ) dell’europarlamentare Roberto Vannacci rappresenta molto più di una semplice polemica politica destinata a occupare per qualche giorno le pagine dei giornali e i social network. Al contrario, esso costituisce l’ennesima conferma di una tendenza che da alcuni anni sta attraversando l’intero continente europeo e che appare ormai sempre più evidente: il futuro politico dell’Europa si giocherà in larga misura sulla capacità dei governi e delle istituzioni di elaborare una risposta credibile alla questione migratoria.
Che si condividano o meno le posizioni espresse da Vannacci, sarebbe infatti un errore limitarsi a discutere delle sue parole senza interrogarsi sulle ragioni che spiegano la crescente centralità politica del tema dell’immigrazione. Dalla Francia di Marine Le Pen alla Germania dell’AfD, dai Paesi Bassi di Geert Wilders fino al Regno Unito di Reform UK, passando per numerose altre realtà nazionali, emerge con sempre maggiore chiarezza come il tema migratorio sia diventato il principale terreno di confronto politico del continente.
Per molti anni una parte delle classi dirigenti europee ha considerato l’immigrazione prevalentemente come una questione amministrativa, economica o umanitaria. Si è discusso di quote di ingresso, di necessità del mercato del lavoro, di sostenibilità demografica e di tutela dei diritti fondamentali. Parallelamente, una parte crescente dell’opinione pubblica ha iniziato a percepire l’immigrazione come una questione strettamente connessa alla sicurezza, all’identità culturale e alla tenuta della coesione sociale.
Il risultato è che oggi il tema migratorio non rappresenta più una materia settoriale affidata agli specialisti del diritto dell’immigrazione o delle politiche sociali. Esso è diventato il punto di incontro tra sicurezza, economia, welfare, identità nazionale, politica estera e stabilità delle istituzioni democratiche. In altre parole, è diventato il luogo nel quale si concentrano molte delle principali paure e aspettative delle società europee.
È proprio per questo motivo che le polemiche sorte attorno alle dichiarazioni di Roberto Vannacci assumono un significato che va ben oltre la figura del singolo europarlamentare. Esse dimostrano che il dibattito europeo continua a essere attraversato da una domanda alla quale nessuno è ancora riuscito a fornire una risposta pienamente convincente: quale modello migratorio intende adottare l’Europa per il futuro?
Fino ad oggi il confronto si è sviluppato principalmente attorno a due posizioni contrapposte. Da una parte vi è chi continua a ritenere che il problema principale consista nel limitare gli ingressi e aumentare i rimpatri. Dall’altra vi è chi considera prioritario garantire percorsi di accoglienza e inclusione sempre più ampi. Entrambe le posizioni affrontano aspetti importanti della questione, ma entrambe rischiano di trascurare un elemento decisivo.
La vera sfida del XXI secolo non consiste soltanto nello stabilire chi possa entrare nel territorio europeo e chi debba eventualmente lasciarlo.
La vera sfida consiste nel comprendere cosa accade dopo l’ingresso.
Milioni di stranieri vivono oggi stabilmente nei Paesi dell’Unione europea. Lavorano, studiano, costruiscono famiglie, partecipano alla vita delle comunità locali oppure, in alcuni casi, rimangono ai margini della società. Eppure, nonostante questa realtà coinvolga ormai una parte significativa della popolazione europea, continua a mancare un sistema capace di valutare in modo oggettivo il livello di integrazione raggiunto.
L’Europa registra gli attraversamenti delle frontiere. Registra le domande di asilo. Registra i permessi di soggiorno. Registra i rimpatri. Ma continua a non misurare l’integrazione.
È proprio da questa constatazione che nasce il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
Se il futuro politico dell’Europa si giocherà sulle politiche migratorie, allora non sarà sufficiente discutere soltanto di frontiere, visti, accoglienza o rimpatri. Sarà necessario introdurre strumenti capaci di verificare se una persona si sta effettivamente integrando nella comunità che la ospita.
Lavoro, conoscenza della lingua, rispetto delle regole e partecipazione alla vita della comunità non possono più essere considerati semplici obiettivi politici o generiche aspirazioni sociali. Devono diventare criteri misurabili, verificabili e giuridicamente rilevanti.
Per questa ragione il dibattito sollevato dall’articolo del Fatto Quotidiano su Roberto Vannacci appare particolarmente significativo. Non perché offra tutte le risposte, ma perché dimostra che la questione migratoria è ormai destinata a occupare il centro della politica europea per molti anni a venire.
La vera domanda è se l’Europa continuerà a discutere soltanto di ingressi e rimpatri oppure se inizierà finalmente a costruire una politica fondata sull’integrazione misurabile.
Perché è proprio da questa scelta che dipenderà il futuro delle società europee.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea n. 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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