L’intervento di Gianni Alemanno pubblicato da Il Sole 24 Ore (https://stream24.ilsole24ore.com/video/italia/alemanno-situazione-immigrati-carcere-e-intollerabile/AIjE4ZqD?cmpid=.com) affronta un tema che la politica italiana evita da anni: l’elevata presenza di cittadini stranieri negli istituti penitenziari.
Definire questa situazione “intollerabile” significa però porsi una domanda ulteriore: perché si è arrivati a questo punto?
Per decenni il sistema ha ragionato esclusivamente in termini di ingresso, permanenza e assistenza, rinunciando a definire in modo chiaro quali siano i doveri di integrazione dello straniero e quali conseguenze derivino dal loro mancato rispetto.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti.
Quando l’integrazione fallisce, lo Stato continua a investire risorse pubbliche in percorsi detentivi spesso lunghi, costosi e con limitata capacità rieducativa, soprattutto nei confronti di soggetti privi di un reale radicamento sociale, familiare o lavorativo sul territorio nazionale.
È qui che emerge il limite dell’attuale modello.
Lo Stato continua a esercitare la propria pretesa punitiva attraverso il carcere, ma rinuncia a interrogarsi se quella sia davvero la risposta più efficace per soggetti che non hanno sviluppato alcun legame significativo con la comunità nazionale.
Nel paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, il fallimento dell’integrazione non può restare privo di conseguenze.
Chi dimostra, nel tempo, di non voler o non saper rispettare le regole fondamentali della convivenza civile dovrebbe essere avviato verso un percorso di ReImmigrazione, cioè di ritorno nel proprio Paese di origine o in altro Stato che ne accetti il rientro.
In questa prospettiva, per alcune categorie di reati e nei confronti di soggetti privi di un effettivo radicamento in Italia, lo Stato dovrebbe valutare se la ReImmigrazione non sia più utile e razionale della detenzione, rinunciando in determinati casi alla propria pretesa punitiva in favore di una soluzione che realizzi in modo più efficace l’interesse pubblico.
Il carcere, infatti, non può diventare il luogo in cui si gestiscono i fallimenti delle politiche migratorie.
Se una persona non si è integrata nonostante le opportunità offerte dall’ordinamento, la risposta non può essere soltanto la detenzione. Deve esistere anche la possibilità di una cessazione del progetto migratorio.
La vera domanda, quindi, non è quanti stranieri siano presenti nelle carceri italiane.
La vera domanda è perché l’Italia continui a spendere risorse per incarcerare soggetti che il sistema ha già dimostrato di non essere riuscito a integrare, invece di costruire una politica organica di ReImmigrazione fondata sul principio: integrazione o ritorno.

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