L’articolo di la Repubblica (consultabile qui: https://www.repubblica.it/solidarieta/immigrazione/2026/06/24/news/immigrazioni_sentirsi_cittadini_nonostante_la_fatica_di_vivere_da_straniero_a_roma_e_nel_lazio-425431757/) racconta le difficoltà quotidiane vissute da molti stranieri che risiedono in Italia e che, pur partecipando alla vita sociale ed economica del Paese, continuano a percepirsi come soggetti esterni alla comunità nazionale.
È una riflessione che merita attenzione.
Nessun percorso di integrazione può essere costruito ignorando le difficoltà burocratiche, lavorative, abitative e sociali che molti immigrati incontrano nella loro vita quotidiana. Un sistema serio deve interrogarsi anche sulla capacità delle istituzioni di favorire percorsi di inserimento reali e non soltanto formali.
Tuttavia, l’articolo sembra muoversi prevalentemente sul piano soggettivo dell’appartenenza.
E qui emerge una questione fondamentale.
Sentirsi cittadini e essere integrati non sono necessariamente la stessa cosa.
L’appartenenza è una percezione personale, importante ma inevitabilmente soggettiva. L’integrazione, invece, deve essere una condizione verificabile sul piano giuridico e sociale.
Per anni il dibattito europeo ha privilegiato il linguaggio dell’identità, del riconoscimento e del sentimento di appartenenza. Molto meno spazio è stato dedicato alla definizione di criteri oggettivi che consentano di valutare il percorso di integrazione.
Ed è proprio questa lacuna che oggi alimenta molte delle tensioni presenti nel dibattito pubblico.
Nel paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, il punto centrale non è stabilire come una persona si percepisca, ma quale rapporto concreto abbia costruito con l’ordinamento.
Lavora regolarmente?
Conosce la lingua italiana?
Rispetta le regole della convivenza civile?
Partecipa realmente alla vita della comunità?
Questi sono gli elementi che dovrebbero orientare la valutazione.
Perché una società non può fondarsi esclusivamente su percezioni soggettive, così come non può limitarsi a considerare gli immigrati soltanto come forza lavoro. Occorre un criterio intermedio, fondato sull’integrazione sostanziale.
L’articolo coglie correttamente il disagio di chi vive per anni in Italia senza sentirsi pienamente riconosciuto.
Ma rischia di trascurare una domanda altrettanto importante.
Che cosa significa, concretamente, essere parte della comunità nazionale?
Se questa domanda resta senza risposta, il dibattito continuerà a oscillare tra rivendicazioni identitarie e contrapposizioni politiche.
Se invece l’integrazione diventa una categoria giuridica chiara e verificabile, allora il tema dell’appartenenza può trovare finalmente un fondamento concreto e non soltanto emotivo.
Perché una comunità politica non si costruisce soltanto sul sentirsi cittadini.
Si costruisce soprattutto attraverso un percorso reciproco di diritti, doveri e integrazione effettiva.

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