Immigrazione e crisi industriale: una risposta tecnica alla riflessione di Andrea Zhok

Andrea Zhok affronta il tema migratorio partendo da una tesi precisa: l’Italia espelle ogni anno giovani e lavoratori qualificati, costretti a cercare all’estero salari e prospettive migliori, mentre importa prevalentemente manodopera straniera destinata ai comparti meno produttivi e meno remunerati. Secondo il filosofo, questi due fenomeni non sono indipendenti, ma rappresentano gli effetti della stessa crisi del modello economico italiano.

La progressiva deindustrializzazione, le privatizzazioni, la perdita di settori produttivi avanzati e il ridimensionamento dell’intervento pubblico avrebbero orientato una parte crescente dell’economia verso attività a basso valore aggiunto. In questi comparti la competitività non viene ricercata attraverso innovazione, tecnologia e aumento della produttività, ma attraverso il contenimento del costo del lavoro.

L’immigrazione finisce così per svolgere una funzione economica precisa: garantire una disponibilità continua di lavoratori disposti ad accettare salari bassi, precarietà e condizioni occupazionali che molti italiani non accettano più. Nel frattempo, i giovani formati nel nostro Paese emigrano verso sistemi economici capaci di offrire retribuzioni e carriere migliori.

La riflessione di Zhok è importante perché collega l’immigrazione alla struttura produttiva del Paese e rifiuta due letture insufficienti. Da una parte, la rappresentazione dell’immigrazione come fenomeno sempre positivo e spontaneamente vantaggioso; dall’altra, l’idea che sia sufficiente invocare confini chiusi o rimpatri per risolvere problemi che hanno anche profonde cause economiche.

In questa prospettiva, l’Italia non importerebbe manodopera straniera soltanto perché manca popolazione attiva, ma anche perché una parte del proprio sistema produttivo ha bisogno di lavoro a basso costo per sopravvivere senza modernizzarsi. L’immigrazione diventerebbe quindi uno strumento attraverso il quale si rinviano l’aumento dei salari, gli investimenti tecnologici e la trasformazione industriale.

È una lettura in larga misura condivisibile.

Un Paese che investe nella formazione dei propri giovani e poi li costringe a cercare all’estero stabilità e riconoscimento presenta innanzitutto un problema industriale. Se, nello stesso tempo, alcuni settori riescono a mantenersi soltanto grazie alla disponibilità di lavoratori stranieri poco tutelati, l’immigrazione rischia di diventare il meccanismo con cui si conservano produzioni arretrate e retribuzioni insufficienti.

Dal punto di vista tecnico, tuttavia, questa diagnosi deve essere completata.

Anche una radicale modifica della politica industriale non eliminerebbe la necessità di governare l’immigrazione attraverso norme, amministrazioni e strumenti operativi. Il fenomeno migratorio non coincide con la sola domanda di lavoro. Comprende l’ingresso nel territorio nazionale, il rilascio dei titoli di soggiorno, la protezione internazionale, i ricongiungimenti familiari, la condizione delle seconde generazioni, la permanenza irregolare, i controlli, le espulsioni e i rimpatri.

La politica industriale può incidere sul numero e sulla tipologia dei lavoratori richiesti dalle imprese. Non può però stabilire, da sola, che cosa debba accadere dopo l’ingresso.

Il limite dell’attuale sistema italiano emerge chiaramente nel decreto flussi. Lo Stato programma l’immigrazione economica sulla base delle richieste dei datori di lavoro e considera l’offerta occupazionale come il principale requisito per l’ingresso. Non costruisce però attorno al lavoro un percorso organico che comprenda conoscenza della lingua, comprensione delle regole civili, stabilità abitativa e verifica dell’effettivo inserimento nella comunità.

Il rapporto di lavoro può non perfezionarsi, cessare dopo pochi mesi o rivelarsi diverso da quello formalmente dichiarato. Quando ciò accade, il lavoratore straniero rischia di scivolare verso il lavoro nero, la precarietà amministrativa e la marginalità. Il sistema che ne aveva autorizzato l’ingresso per soddisfare un’esigenza produttiva non dispone poi di strumenti adeguati per seguirne il percorso successivo.

È qui che la lettura filosofico-economica deve incontrare quella giuridica.

Il lavoro è una condizione essenziale dell’integrazione, ma non ne costituisce una prova sufficiente. Una persona può essere occupata, pagare le imposte e, nello stesso tempo, non conoscere la lingua italiana, vivere in una condizione di isolamento sociale o rifiutare le regole fondamentali della comunità ospitante. La visione economicista considera l’immigrato come un’unità lavorativa; una politica migratoria deve invece considerarlo come una persona destinata a inserirsi stabilmente all’interno di una società.

Per questo non basta chiedersi quanti lavoratori servano alle imprese. Occorre stabilire quali professionalità siano realmente necessarie, con quali contratti, con quali retribuzioni e all’interno di quali territori. Bisogna inoltre valutare la disponibilità di abitazioni, scuole, servizi pubblici e percorsi linguistici, perché gli ingressi programmati esclusivamente sulla base della domanda aziendale producono effetti che ricadono sull’intera collettività.

Zhok coglie correttamente anche il rapporto tra precarietà economica, marginalità e difficoltà di integrazione. La concentrazione di giovani stranieri in lavori sottopagati, instabili e privi di prospettive può certamente aumentare il rischio di esclusione sociale e conflitto.

La precarietà, però, non spiega tutto.

Persone che dispongono di un lavoro e di un reddito possono comunque vivere in comunità separate e conservare comportamenti incompatibili con le regole fondamentali dell’ordinamento. Al contrario, una temporanea difficoltà lavorativa non dimostra necessariamente il fallimento dell’integrazione quando esistano legami familiari, conoscenza linguistica, formazione e partecipazione alla vita sociale.

Occorre quindi una valutazione complessiva e periodica, fondata su criteri verificabili.

Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce proprio dalla necessità di superare sia la visione economicista sia quella esclusivamente securitaria. Chi arriva non può essere considerato utile soltanto finché svolge un lavoro richiesto dal mercato, né può essere valutato esclusivamente quando emerge un problema di ordine pubblico. Deve essere inserito in un percorso che comprenda lavoro, lingua, rispetto delle regole e partecipazione alla comunità.

Quando questo percorso produce un’effettiva integrazione, lo Stato deve riconoscerlo e consolidarlo. Quando, invece, vengono meno i presupposti della permanenza o l’integrazione viene sistematicamente rifiutata, deve esistere una politica di ReImmigrazione individualizzata, legale ed effettiva.

La riflessione di Andrea Zhok individua dunque una parte decisiva del problema: l’Italia non può continuare a esportare lavoratori qualificati e importare manodopera povera per sostenere un sistema produttivo fondato su bassi salari e scarsa innovazione.

Ma la risposta non può fermarsi alla politica industriale.

Serve una nuova strategia economica capace di trattenere i giovani italiani, aumentare le retribuzioni e favorire i settori ad alto valore aggiunto. Parallelamente, occorre un sistema migratorio che programmi gli ingressi, misuri l’integrazione e assicuri una conclusione effettiva a ogni percorso.

Zhok interviene sulle cause economiche. Il compito del tecnico è aggiungere che, senza una riforma giuridica e istituzionale, anche il migliore modello industriale lascerebbe irrisolti i problemi del soggiorno, dell’integrazione e della ReImmigrazione.

La politica industriale può ridurre la necessità di importare lavoro povero. Solo una vera politica migratoria può evitare che le persone continuino a essere trattate come semplice manodopera e poi abbandonate quando non servono più al mercato.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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