La Manica divide Francia e Regno Unito: senza “Integrazione o ReImmigrazione” l’Europa finanzia soltanto nuove frontiere

La Manica è tornata a essere il luogo nel quale emergono tutte le contraddizioni della politica migratoria europea. Da una parte il Regno Unito accusa la Francia di non impedire con sufficiente efficacia le partenze dalle proprie coste. Dall’altra, Parigi sostiene di non poter intervenire in mare senza mettere ulteriormente in pericolo la vita delle persone stipate su imbarcazioni precarie e sovraccariche.

Nel mezzo continuano le traversate, gli affari delle organizzazioni criminali e le morti.

Il 30 luglio tre persone sono decedute durante un tentativo di attraversamento della Manica nei pressi di Dunkerque. Una quarta vittima è stata registrata in un diverso episodio al largo di Boulogne-sur-Mer. La tragedia è avvenuta dopo la giornata con il maggior numero di arrivi del 2026: 752 persone avrebbero raggiunto le coste britanniche in sole ventiquattro ore.

Non siamo dinanzi a un problema determinato dalla mancanza di accordi, finanziamenti o apparati di controllo.

Francia e Regno Unito collaborano da anni per contrastare le partenze irregolari. Londra finanzia il rafforzamento dei controlli francesi, delle pattuglie, delle tecnologie di sorveglianza e delle attività investigative contro i trafficanti. Nel 2026 è stata inoltre ampliata la possibilità per le autorità francesi di intercettare e immobilizzare in acqua le cosiddette “taxi boats”, utilizzate dalle organizzazioni criminali per raccogliere i migranti lungo la costa.

Eppure le partenze continuano.

La ragione è semplice: si pretende di risolvere il fenomeno intervenendo soltanto sull’ultimo tratto del viaggio. Si rafforza la spiaggia, si sorveglia il mare, si finanziano nuove pattuglie e si discute su quale Stato debba riprendere le persone che riescono ad attraversare la Manica.

È una politica di contenimento, non una politica migratoria.

Anche il meccanismo definito “one in, one out” manifesta i medesimi limiti. L’accordo consente al Regno Unito di ricondurre in Francia alcuni migranti arrivati irregolarmente attraverso la Manica, accogliendo in cambio un numero equivalente di persone presenti in territorio francese e ammesse attraverso un canale legale. Il sistema è stato presentato come uno strumento di deterrenza, ma la sua applicazione ha interessato soltanto una parte minima dei flussi effettivi.

Il problema non viene risolto. Viene semplicemente trasferito da una sponda all’altra.

La Francia sostiene di essere un Paese di transito e chiede al Regno Unito di assumersi la responsabilità della capacità attrattiva esercitata dal proprio mercato del lavoro, dalla lingua inglese e dalla presenza di comunità già radicate. Londra replica che Parigi dovrebbe impedire le partenze da un territorio sottoposto alla propria sovranità.

Entrambe le posizioni contengono una parte di verità. Nessuna delle due costituisce una soluzione.

Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” parte da una considerazione diversa: non tutte le persone presenti irregolarmente possono essere trattate nello stesso modo e non tutte le situazioni possono essere governate attraverso la sola frontiera.

Occorre distinguere chi ha diritto alla protezione internazionale, chi possiede concrete condizioni per intraprendere un percorso legale di integrazione e chi, invece, non ha titolo per permanere e deve essere accompagnato verso un effettivo percorso di ReImmigrazione.

L’integrazione non può essere ridotta al semplice ingresso nel territorio o alla tolleranza indefinita di una condizione irregolare. Deve essere un processo giuridico verificabile, fondato sulla conoscenza della lingua, sull’autonomia lavorativa, sul rispetto delle regole, sull’inserimento sociale e sull’assunzione dei doveri connessi alla permanenza.

Allo stesso modo, la ReImmigrazione non coincide con l’annuncio propagandistico di espulsioni impossibili da eseguire. Richiede accordi con i Paesi di origine, programmi di ritorno assistito, incentivi alla ricostruzione di un progetto personale e professionale e strumenti amministrativi capaci di rendere effettive le decisioni adottate.

Senza questa distinzione, Francia e Regno Unito continueranno a contendersi la responsabilità di persone che nessuno dei due Stati riesce realmente a governare.

Londra continuerà a finanziare i controlli francesi. Parigi continuerà a chiedere nuove risorse. Le organizzazioni criminali continueranno a modificare le proprie tecniche e i migranti continueranno a essere spinti verso imbarcazioni sempre più pericolose.

La morte nella Manica dimostra che una frontiera finanziata non è necessariamente una frontiera governata.

Le frontiere restano necessarie. Uno Stato che rinuncia al controllo degli ingressi rinuncia a una componente essenziale della propria sovranità. Ma il controllo non può esaurirsi nell’impedimento materiale della partenza. Deve essere inserito in una politica capace di stabilire quale futuro giuridico attribuire alle persone coinvolte.

È precisamente ciò che oggi manca.

L’Europa e il Regno Unito stanno finanziando nuove frontiere senza costruire una vera politica di integrazione e senza rendere effettivi i percorsi di ritorno. Continuano a spendere per contenere il fenomeno, ma evitano di affrontare la questione decisiva: chi può restare, a quali condizioni e che cosa accade quando quelle condizioni non esistono o non vengono rispettate.

Finché non sarà adottato il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, la Manica resterà una frontiera contesa, finanziata e militarizzata, ma mai realmente governata.

E il prezzo di questa incapacità continuerà a essere pagato prima di tutto dalle persone che muoiono in mare.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36, in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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