Nel dibattito pubblico sull’immigrazione si parla spesso di sbarchi, di accoglienza e di rimpatri. Molto più raramente si analizzano i numeri nella loro dimensione complessiva e, soprattutto, nelle loro conseguenze pratiche. Eppure proprio i dati ufficiali pubblicati dal Ministero dell’Interno consentono di comprendere perché l’Italia abbia bisogno di un nuovo paradigma migratorio.
Secondo il Cruscotto Statistico del Ministero dell’Interno aggiornato al 19 giugno 2026, gli sbarchi risultano in sensibile diminuzione rispetto agli anni precedenti. Nello stesso periodo si registra anche un incremento dei rimpatri, sia forzati sia volontari assistiti. Si tratta di dati importanti che testimoniano uno sforzo crescente dello Stato nel controllo delle frontiere e nell’esecuzione delle misure di allontanamento.
Tuttavia, quando si osservano le dimensioni complessive del fenomeno emerge una realtà molto diversa da quella spesso rappresentata nel confronto politico.
Le stime più accreditate indicano infatti la presenza in Italia di circa mezzo milione di stranieri in posizione irregolare. Se si confronta questo dato con il numero dei rimpatri annualmente eseguiti, emerge una conclusione difficilmente contestabile: mantenendo gli attuali ritmi, sarebbero necessari circa sessant’anni per rimpatriare tutti gli irregolari presenti sul territorio nazionale, senza nemmeno considerare i nuovi ingressi e le nuove situazioni di irregolarità che si producono ogni anno.
Questo semplice dato matematico dovrebbe indurre ad una riflessione profonda.
Da un lato, esso dimostra che il sistema dei rimpatri è necessario e deve essere rafforzato. Uno Stato sovrano non può rinunciare alla possibilità di eseguire i propri provvedimenti di espulsione e di allontanamento. Dall’altro lato, lo stesso dato dimostra che il rimpatrio non può rappresentare l’unico strumento di governo del fenomeno migratorio.
La vera questione riguarda infatti le persone che rimangono stabilmente sul territorio italiano. Per queste persone occorre individuare criteri giuridici chiari che consentano di distinguere chi si integra da chi non si integra.
È proprio da questa constatazione che nasce il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
L’idea di fondo è semplice. Lo straniero che vive in Italia deve essere valutato sulla base di parametri oggettivi di integrazione, quali il lavoro, la conoscenza della lingua italiana, il rispetto delle regole e la partecipazione alla vita della comunità nazionale. Chi dimostra un effettivo percorso di integrazione deve poter aspirare alla stabilità del proprio soggiorno. Chi invece rifiuta ogni forma di integrazione o pone in essere comportamenti incompatibili con la convivenza civile deve essere destinatario di procedure di allontanamento realmente efficaci.
In questa prospettiva l’integrazione non costituisce più soltanto un obiettivo politico o sociale, ma diventa un vero e proprio criterio giuridico di valutazione della permanenza sul territorio nazionale.
I dati del Ministero dell’Interno mostrano che l’Italia è oggi in grado di misurare gli sbarchi, i rimpatri e l’accoglienza. Ciò che ancora manca è uno strumento capace di misurare il grado di integrazione degli stranieri presenti nel Paese.
Forse è proprio questa la sfida dei prossimi anni. Perché il futuro delle politiche migratorie non si giocherà soltanto sul numero delle persone che arrivano o che vengono rimpatriate, ma sulla capacità dello Stato di distinguere, attraverso criteri oggettivi e verificabili, chi vuole far parte della comunità nazionale da chi invece non intende condividere i valori fondamentali dell’ordinamento italiano.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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