Il 23 giugno 2026 una delegazione composta da cinque rappresentanti del regime talebano è stata ricevuta a Bruxelles nell’ambito di un incontro tecnico organizzato dalla Commissione europea e co-presieduto dalla Svezia, con la partecipazione di rappresentanti di quindici Stati membri dell’Unione Europea. L’obiettivo ufficiale dell’incontro era discutere il ritorno e la riammissione dei cittadini afghani privi di un titolo legale di soggiorno nell’Unione, nonché alcune questioni consolari e amministrative connesse alla gestione dei rimpatri.
Per consentire la partecipazione all’incontro, il Belgio ha rilasciato alla delegazione talebana cinque visti speciali validi per una sola giornata e limitati esclusivamente al territorio belga. La Commissione europea ha precisato che l’incontro non comporta alcun riconoscimento diplomatico del governo talebano e che si tratta di un confronto meramente tecnico.
Tuttavia, al di là delle formule diplomatiche utilizzate da Bruxelles, il significato politico dell’evento appare evidente.
Per la prima volta dal ritorno dei Talebani al potere nell’agosto del 2021, l’Unione Europea ha ospitato ufficialmente sul proprio territorio una delegazione riconducibile alle autorità di Kabul. La circostanza ha suscitato forti critiche da parte di organizzazioni internazionali, associazioni per i diritti umani, europarlamentari e personalità pubbliche, che hanno evidenziato il rischio di una legittimazione politica di fatto di un regime che continua a essere accusato di gravissime violazioni dei diritti fondamentali, in particolare nei confronti delle donne e delle minoranze.
Ma la questione centrale è un’altra.
L’incontro di Bruxelles dimostra il limite strutturale di una politica migratoria costruita quasi esclusivamente su due strumenti: l’accoglienza e il rimpatrio.
Quando il dibattito pubblico si concentra esclusivamente sul numero degli ingressi e sul numero delle espulsioni, prima o poi emerge un problema concreto: per rimpatriare qualcuno occorre necessariamente dialogare con chi controlla il Paese di destinazione.
È esattamente ciò che sta accadendo oggi con l’Afghanistan.
L’Unione Europea continua a non riconoscere formalmente il regime talebano, ma allo stesso tempo è costretta a confrontarsi con esso per rendere effettive le proprie politiche di rimpatrio. In altre parole, la gestione amministrativa dell’immigrazione finisce per imporre relazioni operative con soggetti che, sul piano politico e valoriale, l’Europa dichiara di non voler riconoscere.
Si tratta di una contraddizione che non nasce oggi, ma che oggi diventa particolarmente evidente.
La vicenda dimostra come il problema migratorio non possa essere ridotto alla sola alternativa tra accoglienza indiscriminata e rimpatrio generalizzato. Tra questi due estremi esiste una dimensione spesso trascurata: quella dell’integrazione.
Da anni sostengo che il vero nodo irrisolto delle politiche migratorie europee sia l’assenza di strumenti capaci di valutare in modo oggettivo il livello di integrazione raggiunto dalle persone presenti sul territorio. Si continua a misurare quanti entrano e quanti escono, ma non si misura quasi mai il percorso compiuto da chi vive stabilmente all’interno della comunità nazionale.
Proprio per questo il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” propone un approccio differente. La permanenza sul territorio non dovrebbe dipendere esclusivamente dall’esistenza di un titolo amministrativo, ma anche dalla verifica concreta dell’integrazione raggiunta attraverso parametri misurabili quali la conoscenza della lingua, il rispetto delle regole, la partecipazione alla vita sociale e lavorativa e l’adesione ai principi fondamentali dell’ordinamento.
L’incontro tra l’Unione Europea e i Talebani dimostra che una strategia fondata esclusivamente sui rimpatri rischia di produrre costi politici sempre più elevati. Quando l’unico obiettivo diventa espellere, prima o poi si finisce inevitabilmente per trattare con chiunque sia in grado di ricevere gli espulsi.
Ecco perché la vera sfida del futuro non consiste soltanto nel rendere più efficienti i rimpatri, ma nel costruire un sistema che sappia distinguere, valutare e misurare l’integrazione delle persone presenti sul territorio europeo.
Solo in questo modo sarà possibile superare una contrapposizione sterile tra accoglienza e rimpatrio e costruire una politica migratoria realmente sostenibile.
Fonti
Reuters, “Belgium issues visas to Taliban delegation for EU meeting” (22 giugno 2026)
https://www.reuters.com/world/asia-pacific/belgium-issues-visas-taliban-delegation-eu-meeting-2026-06-22/
Reuters, “EU hosts Taliban officials in Brussels for first time” (23 giugno 2026)
https://www.reuters.com/world/asia-pacific/eu-hosts-taliban-officials-brussels-first-time-2026-06-23/
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea n. 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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