Ho letto con interesse l’articolo pubblicato da LifeGate e firmato dal giornalista Simone Santi, dal titolo “L’Europa chiude a chiave, tra rimpatri e il nuovo Patto sulle migrazioni e l’asilo”.
L’articolo è disponibile al seguente indirizzo:
https://www.lifegate.it/patto-migrazione-asilo
Si tratta di un contributo che affronta uno dei temi più rilevanti del dibattito europeo contemporaneo: l’entrata in vigore del nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo e le conseguenze che esso produrrà nella gestione dei flussi migratori, delle procedure di protezione internazionale e dei rimpatri.
Nel corso dell’approfondimento viene richiamata anche una mia riflessione sul nuovo quadro normativo europeo. In particolare, ho sostenuto che il Patto rappresenta un tentativo di disciplinare in modo più organico l’ingresso degli stranieri, le domande di asilo e i meccanismi di rimpatrio, ma continua a lasciare irrisolta quella che considero la questione centrale delle politiche migratorie del XXI secolo: l’integrazione.
Da anni il dibattito pubblico europeo oscilla tra due poli contrapposti. Da una parte vi sono coloro che chiedono maggiori controlli alle frontiere e procedure più rapide di rimpatrio. Dall’altra vi sono coloro che rivendicano un rafforzamento delle tutele per i richiedenti asilo e per i migranti. Entrambe le posizioni affrontano aspetti importanti, ma nessuna sembra interrogarsi fino in fondo su ciò che accade dopo l’ingresso regolare nel territorio europeo.
La vera domanda è infatti un’altra: cosa significa integrarsi?
Il nuovo Patto europeo dedica centinaia di pagine alle procedure amministrative, ai controlli, alle banche dati, alle competenze degli Stati membri e ai meccanismi di solidarietà. Tuttavia non definisce in modo chiaro quali siano gli obiettivi dell’integrazione, quali doveri gravino sullo straniero e quali strumenti debbano essere utilizzati per valutare il reale inserimento nella comunità ospitante.
È proprio da questa constatazione che nasce il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
L’idea è semplice. Una politica migratoria moderna non può limitarsi a decidere chi entra e chi deve essere rimpatriato. Deve anche stabilire quali siano i percorsi di integrazione richiesti a coloro che vengono ammessi a soggiornare stabilmente nel territorio dello Stato. Lavoro, conoscenza della lingua, rispetto delle regole fondamentali della convivenza civile e partecipazione alla vita della comunità dovrebbero costituire elementi misurabili e verificabili.
L’integrazione non può essere considerata un concetto astratto né una scelta facoltativa. Deve diventare il fulcro della politica migratoria europea.
Per questo motivo considero particolarmente significativo che una rivista nazionale come LifeGate abbia ritenuto opportuno richiamare questa prospettiva all’interno del dibattito sul nuovo Patto Migrazione e Asilo. Al di là delle diverse sensibilità culturali e politiche, il tema dell’integrazione sta emergendo come una questione autonoma, destinata ad assumere un ruolo sempre più centrale nei prossimi anni.
Il futuro delle politiche migratorie europee non dipenderà soltanto dalla capacità di controllare le frontiere o di gestire le procedure di asilo. Dipenderà soprattutto dalla capacità di costruire un modello credibile di integrazione. Ed è proprio su questo terreno che l’Europa appare oggi ancora in ritardo.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista accreditato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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