Ho letto con interesse il post pubblicato da Riccardo Deias relativo alle affermazioni pronunciate nel corso della trasmissione Piazza Pulita sul tema della remigrazione e credo che il dibattito che ne è seguito offra un’occasione particolarmente utile per affrontare una questione che, almeno in Italia, continua a essere poco conosciuta.
La domanda che vorrei porre non è polemica e nemmeno critica. Al contrario, nasce dalla convinzione che molti dei fraintendimenti che caratterizzano il confronto pubblico sull’immigrazione derivino dal fatto che termini diversi vengano spesso utilizzati come se fossero sinonimi, quando in realtà fanno riferimento a elaborazioni teoriche profondamente differenti.
Mi chiedo dunque se, nel dibattito italiano, conosciamo davvero la differenza tra Remigrazione e Integrazione o ReImmigrazione.
La questione non è irrilevante, perché la Remigration non nasce in Italia e non nasce neppure all’interno del paradigma che sto proponendo da tempo. Essa si sviluppa principalmente nel dibattito politico tedesco e nei movimenti identitari europei, all’interno di una riflessione che pone al centro il tema del ritorno nei Paesi di origine di quote più o meno ampie della popolazione immigrata. Si tratta di un’elaborazione politica e culturale che possiede una propria storia, una propria evoluzione e presupposti ideologici che meritano di essere analizzati per ciò che sono, senza semplificazioni e senza caricature.
Il paradigma dell’Integrazione o ReImmigrazione nasce invece da una domanda completamente diversa, che non riguarda innanzitutto il ritorno, bensì la permanenza.
La riflessione dalla quale prende origine non è infatti come ridurre la presenza immigrata, ma come uno Stato possa stabilire chi abbia effettivamente sviluppato un percorso di integrazione e chi, al contrario, non abbia raggiunto un livello di integrazione compatibile con la permanenza stabile all’interno della comunità nazionale.
Può sembrare una differenza sottile, ma in realtà si tratta di una distinzione fondamentale.
Nel paradigma dell’Integrazione o ReImmigrazione il punto centrale non è il ritorno, bensì l’integrazione. La questione principale non consiste nel decidere chi debba essere allontanato, ma nel comprendere quali siano i requisiti che consentono a una persona di vivere stabilmente in un determinato Paese e quali doveri debbano accompagnare tale permanenza.
Per questa ragione, il paradigma che propongo non si fonda sul sangue, sull’etnia, sulla nazionalità di origine o su qualsiasi altro criterio biologico. Al contrario, esso si fonda su elementi oggettivi e verificabili quali il lavoro, la conoscenza della lingua, il rispetto delle regole, la partecipazione alla vita della comunità, la condivisione dei principi fondamentali dell’ordinamento e la capacità di costruire un percorso di effettiva integrazione.
La domanda centrale diventa quindi un’altra: può esistere una politica migratoria che non si limiti a discutere di ingressi e di rimpatri, ma che si occupi di misurare l’integrazione?
È proprio da questo interrogativo che derivano le ulteriori proposte che accompagnano il paradigma dell’Integrazione o ReImmigrazione, tra cui l’istituzione di una Polizia dell’Immigrazione specializzata nel monitoraggio dei percorsi di integrazione e la creazione di un Ministero dell’Integrazione e della ReImmigrazione, chiamato ad assumere la responsabilità politica di una funzione che oggi appare dispersa tra numerose amministrazioni e che, proprio per questo motivo, finisce spesso per non avere alcun vero responsabile.
Per questa ragione ritengo che il dibattito sviluppatosi attorno alle dichiarazioni di Piazza Pulita possa rappresentare un’opportunità interessante. Prima ancora di stabilire se si sia favorevoli o contrari alla Remigration, sarebbe infatti utile comprendere che la Remigration e il paradigma dell’Integrazione o ReImmigrazione non nascono nello stesso contesto culturale, non perseguono gli stessi obiettivi e non si fondano sugli stessi presupposti teorici.
La domanda che vorrei rivolgere a Riccardo Deias, e più in generale a tutti coloro che partecipano a questa discussione, è quindi molto semplice: siamo davvero sicuri di parlare della stessa cosa?
Perché se le categorie che utilizziamo sono diverse, le origini sono diverse e gli obiettivi sono diversi, allora forse il primo passo necessario non consiste nello schierarsi a favore o contro, ma nel comprendere con precisione quale sia l’oggetto del dibattito.
Ed è proprio questa distinzione che, a mio avviso, meriterebbe oggi di entrare nel confronto pubblico italiano.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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