Il dibattito politico italiano sull’immigrazione si è concentrato quasi esclusivamente sui controlli alle frontiere, sui rimpatri e sui centri di permanenza per il rimpatrio. Si tratta certamente di strumenti importanti, ma il continuo susseguirsi di emergenze e difficoltà operative dimostra che il problema non può essere affrontato soltanto nella sua fase finale.
La vera questione riguarda infatti la capacità dello Stato di governare l’intero percorso migratorio. Un sistema efficace dovrebbe essere in grado di conoscere, monitorare e valutare nel tempo il grado di integrazione degli stranieri presenti sul territorio nazionale. Dovrebbe sapere chi lavora, chi studia, chi rispetta le regole, chi ha costruito relazioni familiari stabili, chi ha imparato la lingua italiana e chi, al contrario, continua a vivere ai margini della società senza alcuna volontà di integrazione.
Oggi tutto questo non esiste.
Le Questure sono chiamate a svolgere una molteplicità di funzioni che spaziano dal rilascio dei permessi di soggiorno alla gestione delle procedure di asilo, dai ricongiungimenti familiari alle cittadinanze, dai controlli sul territorio alle attività di pubblica sicurezza, fino all’esecuzione dei provvedimenti di espulsione e ai trattenimenti nei CPR. Con l’entrata in vigore delle nuove disposizioni collegate al Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, tali compiti sono destinati ad aumentare ulteriormente.
È evidente che nessun sistema può funzionare in modo efficiente quando alla stessa struttura vengono affidate funzioni tanto diverse e complesse.
La conseguenza è che il dibattito pubblico continua a concentrarsi sul momento del rimpatrio senza interrogarsi su ciò che dovrebbe avvenire prima. Eppure la ReImmigrazione, intesa come ritorno nel Paese di origine di coloro che non hanno sviluppato un autentico percorso di integrazione, non può essere ridotta ad una semplice procedura amministrativa di allontanamento.
Per decidere chi può restare e chi deve tornare nel proprio Paese occorre prima misurare l’integrazione.
Occorre definire criteri oggettivi, verificabili e trasparenti. Occorre accertare il livello di conoscenza della lingua italiana, la continuità lavorativa, il rispetto delle regole, la partecipazione alla vita della comunità nazionale, la presenza di legami familiari stabili e il grado di adesione ai valori fondamentali dell’ordinamento repubblicano.
Senza una struttura specializzata incaricata di svolgere queste valutazioni, ogni discorso sulla ReImmigrazione rischia di rimanere una semplice dichiarazione politica priva di concreta attuazione.
Per questa ragione l’Italia dovrebbe avviare una riflessione sulla creazione di una vera Polizia dell’Immigrazione.
Non si tratterebbe soltanto di un nuovo corpo destinato ai controlli o ai rimpatri. Al contrario, la sua funzione principale dovrebbe essere quella di seguire l’intero percorso dello straniero sul territorio nazionale, raccogliendo informazioni, verificando i percorsi di integrazione e fornendo allo Stato strumenti affidabili per assumere decisioni coerenti.
Una Polizia dell’Immigrazione dovrebbe rappresentare il punto di incontro tra sicurezza, amministrazione e integrazione. Dovrebbe essere in grado di dialogare con scuole, enti locali, servizi sociali, centri per l’impiego e autorità giudiziarie, costruendo una conoscenza reale delle situazioni individuali e non limitandosi alla mera gestione documentale.
Solo in questo modo sarebbe possibile passare da una politica migratoria fondata sulle emergenze ad una politica migratoria fondata sulla programmazione.
Da tempo sostengo che il futuro dell’immigrazione in Italia debba essere costruito attorno al paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. Chi lavora, impara la lingua, rispetta le regole e partecipa alla vita della comunità deve poter trovare nel nostro Paese una prospettiva stabile. Chi invece rifiuta sistematicamente il percorso di integrazione non può pretendere di permanere indefinitamente sul territorio nazionale.
Ma questo principio richiede strumenti adeguati.
Senza criteri di valutazione dell’integrazione, senza una struttura specializzata e senza una amministrazione capace di seguire l’intero percorso migratorio, la ReImmigrazione resterà inevitabilmente uno slogan.
La vera sfida non consiste nel costruire nuovi CPR. La vera sfida consiste nel costruire uno Stato capace di distinguere, con criteri oggettivi e verificabili, chi si è integrato da chi non si è integrato.
Ed è proprio per questo che senza una Polizia dell’Immigrazione la ReImmigrazione resterà impossibile.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
ID 280782895721-36

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