A Azzurra Barbuto una domanda: chi è responsabile quando l’integrazione fallisce?

Ho letto con attenzione il post pubblicato da Azzurra Barbuto relativo al grave episodio verificatosi a Malaga e ritengo che esso ponga una questione che merita di essere affrontata senza ipocrisie. Quando una donna viene aggredita sul luogo di lavoro, privata della propria libertà personale e sottoposta a una violenza che colpisce non soltanto la vittima diretta ma l’intera collettività, è naturale che il dibattito pubblico si concentri sulla sicurezza, sui controlli e sulla capacità dello Stato di prevenire situazioni di questo tipo.

Tuttavia, proprio perché episodi del genere suscitano comprensibilmente indignazione e allarme sociale, ritengo che sia necessario interrogarsi non soltanto sulle responsabilità individuali dell’autore del reato, che dovranno essere accertate e sanzionate nelle sedi competenti, ma anche sulle responsabilità istituzionali che emergono ogni volta che un percorso di integrazione si trasforma in un percorso di marginalità, devianza o incompatibilità con le regole fondamentali della convivenza civile.

Il dibattito europeo sull’immigrazione è infatti caratterizzato da una singolare contraddizione. Da una parte si discute incessantemente di ingressi, permessi di soggiorno, accoglienza, protezione internazionale, controlli di frontiera, espulsioni e rimpatri; dall’altra, si continua a ignorare una domanda che dovrebbe invece occupare una posizione centrale all’interno di qualsiasi politica migratoria seria: chi è responsabile dell’integrazione?

A ben vedere, la risposta è sorprendentemente semplice. Nessuno.

Esistono ministeri che si occupano di sicurezza pubblica, ministeri che si occupano di lavoro, amministrazioni che si occupano di istruzione, enti territoriali che gestiscono servizi sociali e uffici che rilasciano permessi di soggiorno. Esiste, in altre parole, una frammentazione di competenze che interviene su singoli aspetti del fenomeno migratorio, ma non esiste una struttura istituzionale che abbia come missione specifica quella di verificare se l’integrazione stia realmente avvenendo e, soprattutto, di assumersi la responsabilità politica dei risultati ottenuti.

Questa assenza rappresenta probabilmente uno dei principali limiti delle politiche migratorie europee degli ultimi decenni. Per troppo tempo si è ritenuto che l’integrazione costituisse una conseguenza naturale della permanenza nel territorio nazionale, dell’accesso al welfare o dell’inserimento nel mercato del lavoro. Si è immaginato che il semplice trascorrere del tempo fosse sufficiente a produrre integrazione e che quest’ultima potesse svilupparsi spontaneamente senza la necessità di essere definita, monitorata o valutata.

La realtà dimostra invece che l’integrazione non è un fenomeno automatico e che la sua riuscita non può essere affidata alla buona volontà dei singoli o alla casualità delle circostanze. Se l’integrazione costituisce un obiettivo strategico per la stabilità sociale, allora essa deve essere trasformata in una vera funzione pubblica, dotata di strumenti, criteri e soggetti responsabili.

È proprio da questa considerazione che nasce la proposta di istituire un Ministero dell’Integrazione e della ReImmigrazione. Una simile struttura non dovrebbe limitarsi a coordinare progetti o distribuire risorse economiche, ma dovrebbe assumere il compito di definire che cosa significhi concretamente essere integrati, individuare indicatori oggettivi di integrazione e verificare periodicamente il raggiungimento di tali obiettivi.

In questa prospettiva, l’integrazione non potrebbe più essere considerata una nozione astratta o meramente ideologica, ma diventerebbe una categoria giuridica fondata su elementi concreti quali il lavoro, la conoscenza della lingua, il rispetto delle regole, la partecipazione alla vita della comunità, l’assenza di comportamenti incompatibili con la convivenza civile e la condivisione dei principi fondamentali dell’ordinamento.

Accanto a tale ministero dovrebbe inoltre operare una Polizia dell’Immigrazione specializzata, capace non soltanto di svolgere attività di controllo, ma anche di raccogliere le informazioni necessarie per comprendere se i percorsi di integrazione stiano effettivamente producendo risultati o se, al contrario, si stiano sviluppando situazioni di progressiva marginalizzazione che richiedono interventi correttivi.

Da questo punto di vista, il caso richiamato da Azzurra Barbuto assume un significato che va oltre il singolo episodio di cronaca. La questione non consiste infatti soltanto nel comprendere quali sanzioni debbano essere applicate all’autore del reato, ma anche nel domandarsi se esistano strumenti istituzionali capaci di individuare e affrontare i processi di fallimento dell’integrazione prima che essi producano conseguenze drammatiche.

È una domanda scomoda, ma inevitabile. Perché se ogni volta che si verifica un fatto grave il dibattito pubblico si limita a discutere di ciò che deve accadere dopo il reato, senza interrogarsi su ciò che sarebbe stato possibile fare prima, allora il rischio è quello di affrontare costantemente gli effetti senza mai intervenire sulle cause.

Per questa ragione ritengo che il vero nodo politico non sia soltanto come punire chi viola le regole, ma come costruire un sistema capace di promuovere l’integrazione, monitorarne i risultati e assumersi la responsabilità dei suoi eventuali fallimenti. Ed è precisamente in questo spazio che si colloca il paradigma dell’Integrazione o ReImmigrazione, il quale non considera l’integrazione una semplice aspirazione morale, ma una funzione pubblica essenziale per il futuro delle società europee.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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