Perché l’Italia deve passare dalle statistiche sugli arrivi alle statistiche sull’integrazione

Ogni anno il Ministero dell’Interno pubblica una grande quantità di dati sull’immigrazione. Vengono contabilizzati gli sbarchi, le nazionalità dei migranti arrivati, i minori stranieri non accompagnati, le presenze nei centri di accoglienza e il numero dei rimpatri effettuati. Si tratta di informazioni indispensabili per comprendere l’evoluzione del fenomeno migratorio e per valutare l’efficacia delle politiche pubbliche.

Tuttavia, osservando attentamente queste statistiche, emerge una domanda fondamentale: che cosa accade dopo l’arrivo?

Lo Stato italiano è oggi in grado di misurare con precisione quante persone entrano nel territorio nazionale e quante ne escono attraverso procedure di rimpatrio. È in grado di conoscere la provenienza geografica dei migranti, il loro numero e la loro distribuzione sul territorio. Non dispone invece di uno strumento capace di misurare il livello di integrazione delle persone che vivono stabilmente nel Paese.

Eppure è proprio questo il dato che dovrebbe interessare maggiormente una moderna politica migratoria.

I numeri ufficiali mostrano che gli sbarchi possono aumentare o diminuire nel corso degli anni e che i rimpatri possono essere rafforzati attraverso maggiori investimenti e una migliore cooperazione internazionale. Ma mostrano anche che esiste una vasta popolazione straniera che rimane sul territorio nazionale per periodi lunghi, talvolta permanenti. È su questa realtà che si gioca il futuro dell’immigrazione italiana.

Continuare a discutere esclusivamente di arrivi significa concentrarsi soltanto sull’inizio del fenomeno. Una politica migratoria realmente efficace deve invece interrogarsi sul risultato finale del percorso migratorio.

La domanda non dovrebbe essere soltanto quante persone arrivano in Italia, ma soprattutto quante persone si integrano in Italia.

È da questa esigenza che nasce il secondo pilastro del paradigma Integrazione o ReImmigrazione: l’integrazione deve essere verificabile attraverso indicatori oggettivi e misurabili.

Per troppo tempo il concetto di integrazione è stato utilizzato come una formula generica, spesso evocata ma raramente definita. In realtà l’integrazione può essere misurata attraverso parametri concreti e verificabili. Il lavoro rappresenta il primo elemento, perché consente alla persona di contribuire alla società e di raggiungere un’autonomia economica. La conoscenza della lingua italiana costituisce il secondo elemento, poiché rende possibile la partecipazione alla vita civile e l’effettiva comprensione delle regole del Paese ospitante. Il rispetto delle regole rappresenta il terzo elemento, in quanto nessun processo di integrazione può considerarsi compiuto se manca l’adesione ai principi fondamentali dell’ordinamento giuridico.

Lavoro, lingua e rispetto delle regole costituiscono dunque i tre indicatori fondamentali attraverso i quali valutare il grado di integrazione di una persona.

Una volta individuati questi criteri, diventa possibile superare le contrapposizioni ideologiche che hanno caratterizzato il dibattito pubblico degli ultimi decenni. Non è più necessario scegliere tra accoglienza indiscriminata e rimpatrio generalizzato. È invece possibile adottare un sistema fondato su criteri oggettivi che consenta di distinguere chi dimostra concretamente di voler far parte della comunità nazionale da chi, al contrario, rifiuta ogni percorso di integrazione.

Per questa ragione l’Italia deve compiere un salto di qualità culturale e istituzionale. Accanto alle statistiche sugli arrivi, sugli sbarchi e sui rimpatri, occorre costruire statistiche sull’integrazione. Occorre misurare quanti stranieri lavorano stabilmente, quanti raggiungono adeguati livelli di conoscenza della lingua italiana e quanti dimostrano un comportamento rispettoso delle regole e dei valori fondamentali della Repubblica.

Solo in questo modo sarà possibile trasformare l’integrazione da semplice slogan politico a criterio giuridico verificabile.

Il futuro delle politiche migratorie non dipenderà soltanto dalla capacità di controllare le frontiere. Dipenderà soprattutto dalla capacità dello Stato di comprendere chi si sta realmente integrando e chi, invece, sta percorrendo una strada diversa.

Le statistiche sugli arrivi descrivono il passato e il presente del fenomeno migratorio. Le statistiche sull’integrazione possono contribuire a costruirne il futuro.

Avv. Fabio Loscerbo

Lobbista presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36

ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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