A Francesca Totolo una domanda: e se alla Svezia fosse mancato un paradigma di Integrazione o ReImmigrazione?

Ho letto con interesse il post pubblicato da Francesca Totolo e l’articolo dedicato alla svolta della politica migratoria svedese. La tesi è chiara: per anni la Svezia è stata presentata come il simbolo dell’accoglienza europea e oggi, di fronte ai problemi emersi in materia di integrazione, sicurezza e coesione sociale, persino quel modello sembrerebbe essere entrato in crisi.

Si tratta di una riflessione certamente interessante, ma che a mio avviso merita una domanda ulteriore.

Siamo davvero sicuri che la vicenda svedese dimostri il fallimento dell’integrazione? Oppure dimostra il fallimento di una politica migratoria che non ha mai costruito un vero sistema di integrazione?

La differenza non è soltanto teorica.

Per molti anni il dibattito europeo ha dato per scontato che l’integrazione fosse una conseguenza naturale dell’immigrazione. Si è ritenuto che fosse sufficiente consentire l’ingresso, garantire diritti sociali, offrire accesso al welfare, alla scuola e al mercato del lavoro affinché il processo di integrazione si sviluppasse spontaneamente.

In altre parole, si è pensato che l’integrazione fosse un risultato automatico.

La realtà sembra aver dimostrato il contrario.

L’integrazione non è automatica.

L’integrazione richiede regole, obiettivi, verifiche e responsabilità reciproche.

Ed è proprio qui che, a mio avviso, emerge il principale limite dell’esperienza svedese.

Per anni la discussione si è concentrata sull’accoglienza e sui diritti, ma molto meno sui doveri. Si è parlato di inclusione, ma raramente si è definito cosa dovesse concretamente significare essere integrati. Si è data per scontata l’esistenza di un processo che invece avrebbe dovuto essere costruito, monitorato e misurato.

È per questa ragione che ritengo interessante osservare la vicenda svedese attraverso una prospettiva diversa.

E se il problema non fosse stato un eccesso di integrazione?

E se il problema fosse stato proprio l’assenza di una politica dell’integrazione?

E se alla Svezia fosse mancato un paradigma capace di trasformare l’integrazione da semplice aspirazione politica a vero e proprio criterio di governo dell’immigrazione?

È da queste domande che nasce il paradigma dell’Integrazione o ReImmigrazione.

A differenza di molte impostazioni tradizionali, esso non assume che l’integrazione sia un fenomeno spontaneo. Al contrario, parte dall’idea che l’integrazione debba diventare un preciso dovere giuridico e civico, fondato su criteri verificabili e misurabili.

Lavorare, conoscere la lingua del Paese ospitante, rispettarne le regole, partecipare alla vita della comunità e condividere i principi fondamentali dell’ordinamento non possono essere considerati elementi facoltativi. Devono rappresentare indicatori concreti attraverso i quali valutare il livello di integrazione raggiunto da ogni individuo.

Da questo punto di vista, la vicenda svedese potrebbe essere letta non come la dimostrazione del fallimento dell’integrazione, ma come la dimostrazione del fallimento di una politica che non ha mai costruito un sistema capace di misurarla.

Per decenni l’Europa ha discusso di ingressi e di rimpatri. Ha discusso di accoglienza e di sicurezza. Ha discusso di diritti e di controlli alle frontiere.

Molto meno ha discusso di come valutare l’integrazione.

Molto meno ha discusso di quali conseguenze debbano derivare dalla mancata integrazione.

Molto meno ha discusso della necessità di costruire istituzioni dedicate a tale funzione.

È proprio per colmare questo vuoto che propongo da tempo l’istituzione di una Polizia dell’Immigrazione e di un Ministero dell’Integrazione e della ReImmigrazione, capaci di monitorare i percorsi individuali e di trasformare l’integrazione in un elemento centrale della politica migratoria.

Per questa ragione ritengo che la lezione proveniente dalla Svezia non sia quella che molti osservatori sembrano cogliere.

La vera lezione non è che l’integrazione abbia fallito.

La vera lezione è che non può esistere integrazione senza una politica dell’integrazione.

E forse è proprio questa la domanda che dovremmo rivolgere oggi alla Svezia e, più in generale, all’intera Europa: non se l’immigrazione sia stata eccessiva o insufficiente, ma se sia mai esistito un vero paradigma dell’integrazione.

Perché se quel paradigma non è mai esistito, allora la crisi del modello svedese non rappresenta la sconfitta dell’integrazione.

Rappresenta piuttosto la conseguenza della sua assenza.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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