Ho letto con attenzione il post pubblicato da Isabella Tovaglieri a seguito del grave episodio di cronaca avvenuto a Brescia e ritengo che esso offra l’occasione per affrontare una questione che, a mio avviso, rappresenta uno dei principali equivoci del dibattito contemporaneo sull’immigrazione. Comprendo perfettamente le preoccupazioni espresse dall’europarlamentare e condivido l’idea che uno Stato abbia il diritto e il dovere di difendere la sicurezza dei propri cittadini, così come ritengo legittimo interrogarsi sulle conseguenze che possono derivare da processi migratori non adeguatamente governati. Tuttavia, proprio perché considero il problema reale e non immaginario, ritengo necessario sviluppare una riflessione che vada oltre le categorie tradizionalmente utilizzate nel confronto politico europeo.
Nel suo intervento, Isabella Tovaglieri richiama il concetto di remigrazione come possibile risposta a fenomeni di questo tipo. Si tratta di una parola che negli ultimi anni è progressivamente entrata anche nel dibattito politico italiano, ma che trae origine da un contesto culturale e politico molto diverso dal nostro. La Remigration, così come si è sviluppata soprattutto negli ambienti identitari tedeschi ed europei, non nasce infatti come teoria dell’integrazione, bensì come teoria del ritorno. Il nucleo centrale della riflessione non consiste nel definire come una persona possa integrarsi all’interno della comunità nazionale, ma nel promuovere il ritorno, anche su larga scala, di immigrati e, in alcune formulazioni particolarmente radicali, di soggetti di origine immigrata ritenuti non assimilati o non compatibili con l’identità nazionale.
È proprio questo elemento che, a mio giudizio, segna la principale differenza rispetto al paradigma dell’Integrazione o ReImmigrazione che da tempo propongo.
La Remigration pone al centro della riflessione il ritorno. Il paradigma dell’Integrazione o ReImmigrazione pone invece al centro l’integrazione. La differenza può apparire sottile sul piano terminologico, ma diventa enorme sul piano politico, giuridico e istituzionale.
Quando il centro della riflessione è il ritorno, la domanda fondamentale diventa come ridurre la presenza di determinate categorie di immigrati all’interno del territorio nazionale. Quando invece il centro della riflessione è l’integrazione, la domanda diventa un’altra: quali condizioni devono consentire a una persona di vivere stabilmente in Italia e quali doveri devono accompagnare tale permanenza?
A mio avviso è proprio questa seconda domanda che continua a mancare nel dibattito europeo.
Da decenni si discute di ingressi e di rimpatri. Si discute di accoglienza e di espulsioni. Si discute di quote, di frontiere, di protezione internazionale e di controlli. Ciò che continua a non essere affrontato in modo adeguato è il tema dell’integrazione intesa come categoria giuridica autonoma.
In altre parole, nessuno sembra chiedersi seriamente quali siano gli elementi che consentono di affermare che una persona si sia realmente integrata nel Paese che la ospita.
È sufficiente avere un permesso di soggiorno?
È sufficiente non commettere reati?
È sufficiente svolgere un’attività lavorativa?
Oppure l’integrazione deve comprendere anche la conoscenza della lingua, il rispetto delle regole, la partecipazione alla vita della comunità, la condivisione dei principi fondamentali dell’ordinamento e la capacità di costruire relazioni stabili e positive all’interno della società di accoglienza?
È da queste domande che nasce il paradigma dell’Integrazione o ReImmigrazione.
La mia proposta non consiste nel sostituire la remigrazione con un modello più permissivo. Al contrario, essa mira a costruire un sistema più rigoroso, perché fondato su criteri oggettivi e verificabili. L’obiettivo non è individuare categorie astratte di persone da allontanare, ma stabilire parametri concreti attraverso i quali valutare il grado di integrazione raggiunto da ogni individuo.
In questa prospettiva, il lavoro rappresenta certamente uno degli indicatori fondamentali, ma non l’unico. Accanto ad esso devono trovare spazio la conoscenza della lingua italiana, il rispetto delle regole, l’assenza di comportamenti incompatibili con la convivenza civile, la partecipazione alla vita sociale e il contributo fornito alla comunità nazionale. L’integrazione deve diventare un percorso verificabile e non una semplice dichiarazione di principio.
Proprio per questo motivo ritengo che l’Italia abbia bisogno di istituzioni che oggi non esistono. Da tempo sostengo la necessità di istituire una Polizia dell’Immigrazione, specializzata nel monitoraggio dei percorsi migratori e dei processi di integrazione, nonché un Ministero dell’Integrazione e della ReImmigrazione capace di coordinare in maniera unitaria tutte le politiche pubbliche che oggi risultano disperse tra amministrazioni diverse e spesso prive di una visione comune.
La differenza tra la Remigration e il paradigma dell’Integrazione o ReImmigrazione emerge con particolare evidenza proprio di fronte a episodi come quello richiamato da Isabella Tovaglieri. La prima si concentra prevalentemente sul destino finale di chi viene considerato non integrato. Il secondo si interroga anzitutto sulle ragioni che hanno condotto al fallimento dell’integrazione e sugli strumenti che lo Stato avrebbe dovuto predisporre per prevenirlo.
La vera domanda, infatti, non è soltanto cosa fare dopo che il problema si è manifestato. La vera domanda è come evitare che quel problema si produca.
Per questa ragione ritengo che l’Italia non abbia bisogno soltanto di discutere di rimpatri o di remigrazione. Ha bisogno di elaborare una vera teoria dell’integrazione, di trasformare l’integrazione in un dovere giuridico e civico e di costruire istituzioni capaci di verificarne concretamente l’esistenza. Soltanto all’interno di un sistema fondato su tali presupposti la ReImmigrazione può assumere un significato coerente, diventando non il punto di partenza della politica migratoria, ma una delle possibili conseguenze di un modello che ha posto l’integrazione al centro della propria azione.
È per questo motivo che, pur comprendendo le ragioni della riflessione proposta da Isabella Tovaglieri, ritengo che oggi l’Italia abbia bisogno di qualcosa di diverso. Non semplicemente di remigrazione, ma di Integrazione o ReImmigrazione.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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