Le statistiche pubblicate dal Ministero dell’Interno rappresentano uno strumento fondamentale per comprendere l’evoluzione dei fenomeni migratori. Attraverso questi dati possiamo conoscere il numero degli sbarchi, le nazionalità dei migranti arrivati, il numero dei minori stranieri non accompagnati, le presenze nel sistema di accoglienza e i rimpatri effettuati ogni anno.
Si tratta di informazioni indispensabili. Tuttavia, proprio osservando queste statistiche emerge una domanda che raramente viene posta nel dibattito pubblico: che cosa sappiamo realmente delle persone che si nascondono dietro quei numeri?
Le statistiche descrivono i flussi migratori. Non descrivono le traiettorie individuali.
Quando leggiamo che migliaia di persone sono sbarcate sulle coste italiane o che migliaia di persone sono state rimpatriate, osserviamo un fenomeno collettivo. Ma il diritto non è chiamato a giudicare fenomeni collettivi. Il diritto è chiamato a valutare singole persone.
Ed è proprio qui che emerge una delle principali criticità delle attuali politiche migratorie.
Da decenni il dibattito pubblico oscilla tra due visioni apparentemente contrapposte. Da una parte vi è una concezione economicista dell’immigrazione, secondo la quale il valore della presenza dello straniero dipende prevalentemente dalla sua capacità di soddisfare le esigenze del mercato del lavoro. In questa prospettiva il migrante tende ad essere considerato soprattutto come lavoratore, contribuente o fattore produttivo.
Dall’altra parte si sviluppano impostazioni identitarie che tendono a valutare la persona principalmente sulla base della sua origine nazionale, culturale o etnica, trasformando il fenomeno migratorio in una questione di appartenenza collettiva.
Pur partendo da presupposti diversi, entrambe queste impostazioni condividono un limite comune: finiscono per ridurre la persona ad una categoria astratta.
Nel primo caso il migrante diventa una risorsa economica. Nel secondo caso diventa un simbolo identitario. In entrambi i casi la sua esperienza individuale scompare.
Il terzo pilastro del paradigma Integrazione o ReImmigrazione propone invece un approccio differente.
Il migrante deve essere considerato un soggetto giuridico e non un oggetto delle politiche pubbliche.
Ciò significa che ogni valutazione deve partire dalla concreta traiettoria individuale della persona. Non dalla sua origine. Non dalla sua appartenenza etnica. Non dalla sua semplice utilità economica.
Due persone provenienti dallo stesso Paese possono avere percorsi completamente diversi. Due persone che svolgono la stessa attività lavorativa possono sviluppare livelli di integrazione profondamente differenti. Due persone formalmente inserite nel medesimo contesto sociale possono manifestare atteggiamenti opposti nei confronti delle regole, della comunità e delle istituzioni.
Per questa ragione il paradigma rifiuta qualsiasi approccio fondato esclusivamente sulle categorie collettive.
La centralità della persona impone che ogni decisione sia costruita sulla base della storia individuale, del comportamento concreto, del percorso effettivamente realizzato e della relazione sviluppata con la comunità nazionale.
Le statistiche del Viminale continueranno a svolgere una funzione fondamentale perché consentono di comprendere le dimensioni quantitative del fenomeno migratorio. Tuttavia esse non possono sostituire la valutazione individuale che costituisce il fondamento stesso dello Stato di diritto.
Il vero dato che oggi manca nelle statistiche sull’immigrazione non riguarda il numero degli sbarchi, dei rimpatri o delle presenze nei centri di accoglienza.
Il dato che manca è la traiettoria individuale.
Ed è proprio da quella traiettoria che dipende la possibilità di costruire una politica migratoria fondata non sulle categorie, ma sulle persone.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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