Sudafrica, lo Stato rincorre i vigilanti: Ramaphosa promette arresti dopo la violenza anti-migranti

Il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha assicurato davanti all’Assemblea nazionale che gli istigatori e gli autori delle violenze contro gli immigrati saranno arrestati e perseguiti. La promessa, pronunciata il 25 agosto 2026, arriva però dopo mesi di mobilitazioni, aggressioni e partenze forzate. E soprattutto non contiene una scadenza: polizia e apparato di sicurezza, ha spiegato il presidente, stanno ancora raccogliendo rapporti e prove.

È qui che la vicenda diventa più importante della dichiarazione ufficiale. Il leader dell’Economic Freedom Fighters, Julius Malema, ha contestato a Ramaphosa che alcuni promotori delle campagne anti-migranti sarebbero noti e che episodi di violenza si sarebbero verificati anche in presenza della polizia. La mancata incriminazione dei responsabili più visibili, ha sostenuto, finisce per creare l’impressione di una violenza tollerata dallo Stato. Ramaphosa ha respinto l’accusa, ma la contraddizione resta: un governo che rivendica il controllo dell’immigrazione non può lasciare che siano gruppi privati a decidere chi è straniero, chi è irregolare e chi deve andarsene.

Non è corretto dire che le autorità siano rimaste completamente immobili. Durante le manifestazioni nazionali del 30 giugno furono arrestate più di 900 persone, per fattispecie diverse: violazioni della disciplina migratoria, saccheggi, violenza pubblica, favoreggiamento della permanenza irregolare e rapine. Molti arrestati erano stranieri senza titolo. Proprio questo dato rende più netta la domanda posta in Parlamento: la capacità operativa esiste, ma resta da verificare se l’azione penale riuscirà a risalire dagli episodi di piazza a chi abbia organizzato o istigato aggressioni, intimidazioni e incursioni nelle abitazioni.

Il diritto sudafricano traccia un confine preciso. L’Immigration Act 13 del 2002 disciplina ingresso, soggiorno e uscita dalla Repubblica; il Dipartimento degli Affari interni e gli immigration officers verificano la posizione degli stranieri e, secondo le circostanze, avviano la regolarizzazione, il procedimento penale o l’allontanamento. La Costituzione, agli articoli 9, 10 e 12, riconosce a «chiunque» uguaglianza davanti alla legge, dignità e protezione dalla violenza proveniente anche da soggetti privati. Né il controllo dei documenti né la coercizione possono essere privatizzati.

Questo non trasforma l’enforcement in un abuso e non cancella il problema dell’immigrazione irregolare. Il governo ha annunciato controlli più intensi alle frontiere e nei luoghi di lavoro, sanzioni più severe per i datori che impiegano stranieri senza titolo e procedimenti più rapidi per le espulsioni. Sono strumenti legittimi se applicati dall’autorità competente, sulla base di verifiche individuali e con risultati misurabili. Il fallimento comincia quando lo Stato oscilla tra due estremi: tollerare l’irregolarità oppure tollerare chi pretende di combatterla al suo posto.

La promessa di arresti deve quindi produrre una doppia distinzione. La prima è tra protesta pacifica e violenza: contestare la politica migratoria è lecito, assaltare negozi, entrare nelle case o intimidire persone sulla base della nazionalità non lo è. La seconda è tra stranieri regolari e irregolari: la provenienza africana, l’accento o l’attività commerciale non dimostrano la mancanza di un titolo. Senza queste distinzioni, il controllo diventa selezione collettiva e la legge perde la propria funzione.

Un sistema credibile deve proteggere chi possiede il diritto di restare e consentirgli un’integrazione effettiva, fondata su lavoro regolare, autonomia e rispetto delle regole. Per chi non ha o perde il titolo, deve invece esistere un percorso amministrativo individuale che conduca, quando ne ricorrono i presupposti, al ritorno. L’integrazione non sana da sola l’irregolarità; l’irregolarità, allo stesso modo, non autorizza mai la violenza privata.

Ramaphosa ha detto che il continente osserva il Sudafrica. È vero, ma la prova non riguarda soltanto l’immagine diplomatica del Paese. Riguarda l’autorità dello Stato: saper controllare l’immigrazione senza delegarla alla folla, proteggere senza occultare l’irregolarità, rimpatriare senza trasformare una condizione giuridica in una colpa collettiva. Se gli arresti promessi resteranno senza tempi e senza responsabilità individuate, non sarà soltanto una promessa mancata: sarà la conferma che il vuoto lasciato dall’amministrazione viene riempito dai vigilanti.

Fonti: Presidenza della Repubblica del Sudafrica; Eyewitness News; Sowetan; Eyewitness News, arresti del 30 giugno; South African Government, competenze di Home Affairs.

Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428

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