Leggendo l’articolo https://ilbolive.unipd.it/it/news/societa/remigrazione-termine-illogico-parola-fuorviante emerge un’impostazione che coglie un punto corretto, ma si arresta esattamente dove il problema dovrebbe essere affrontato fino in fondo.
È condivisibile l’osservazione secondo cui la “remigrazione” è una parola fuorviante. Non è una categoria giuridica, non è definita nell’ordinamento, non ha confini normativi chiari. Sotto questo profilo, l’analisi è corretta: il rischio di utilizzare termini privi di base giuridica è quello di alimentare ambiguità e semplificazioni.
Tuttavia, l’articolo si limita a smontare il termine, senza interrogarsi su ciò che lo rende oggi così centrale nel dibattito pubblico.
Il punto non è solo che la “remigrazione” sia una parola impropria. Il punto è che nasce da un vuoto. Un vuoto giuridico preciso: l’assenza di un criterio chiaro che consenta di stabilire chi deve restare e chi deve essere allontanato.
Ed è qui che l’analisi si ferma troppo presto.
Si critica il linguaggio, ma non si affronta il problema sostanziale. Si evidenzia la confusione concettuale, ma non si propone un’alternativa giuridica. E, soprattutto, manca completamente ogni riferimento all’integrazione come parametro normativo.
Questo è il nodo.
Finché la permanenza dello straniero non viene collegata a un criterio verificabile di integrazione – lavoro, lingua, rispetto delle regole – il sistema resta esposto a oscillazioni continue: da un lato l’accoglienza indistinta, dall’altro la spinta verso categorie radicali e indeterminate come la “remigrazione”.
In questo senso, il dibattito resta incompleto da entrambe le parti. Da un lato chi utilizza termini privi di base giuridica, dall’altro chi si limita a criticarli senza colmare il vuoto che li ha generati.
Il punto, invece, è costruire una categoria giuridica seria, fondata su valutazioni individuali e verificabili. È in questa direzione che si colloca il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, che non ha nulla a che vedere con la “remigrazione” intesa in senso ideologico, ma si fonda su un accertamento concreto del livello di integrazione della persona.
Senza questo passaggio, la critica resta corretta sul piano linguistico, ma inefficace sul piano giuridico. E il dibattito continua a muoversi tra parole sbagliate e problemi irrisolti.

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