L’intervento di Roberto Saviano a Otto e Mezzo, pubblicato da LA7 (consultabile qui: https://www.la7.it/otto-e-mezzo/video/immigrazione-saviano-usata-per-creare-paura-ma-litalia-ne-ha-bisogno-20-05-2026-645626), ripropone una tesi ormai classica nel dibattito pubblico: l’Italia avrebbe bisogno dell’immigrazione e la politica utilizzerebbe il tema soprattutto per alimentare paura e consenso.
È una lettura che contiene una parte di verità.
L’immigrazione viene effettivamente spesso utilizzata come strumento di polarizzazione politica e comunicativa. E negare che l’Italia abbia bisogno, almeno in parte, di forza lavoro straniera sarebbe poco realistico, soprattutto in un contesto di crisi demografica e carenza di manodopera in diversi settori.
Ma il problema è che il dibattito si ferma sempre qui.
“L’Italia ha bisogno dell’immigrazione” è un’affermazione economicamente comprensibile, ma giuridicamente insufficiente.
Perché il punto decisivo non è se l’Italia abbia bisogno di immigrati.
Il punto è quale modello di integrazione intenda costruire.
Ed è proprio qui che emerge il limite dell’approccio puramente economicista. Lo straniero viene considerato principalmente come risorsa produttiva: serve al mercato del lavoro, sostiene il welfare, compensa il calo demografico.
Ma una società non può essere governata soltanto attraverso parametri economici.
Il lavoro è una componente dell’integrazione, non la sua totalità.
Esistono anche la lingua, il rispetto delle regole, la partecipazione alla vita sociale, l’adesione ai principi fondamentali dell’ordinamento. Se questi elementi restano sullo sfondo, il rischio è costruire un sistema che chiede agli stranieri di essere utili economicamente senza definire realmente cosa significhi integrarsi.
Ed è proprio da questa insufficienza che nasce il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
Non dalla negazione dell’immigrazione.
Ma dal rifiuto di ridurla a semplice necessità economica.
Perché dire che “l’Italia ne ha bisogno” non risolve il problema centrale: chi entra e rimane deve essere inserito in un percorso giuridico chiaro, fondato su criteri verificabili di integrazione.
In assenza di questo passaggio, il sistema produce inevitabilmente tensioni: – da un lato chi vede nell’immigrazione solo un rischio;
– dall’altro chi la considera solo una risorsa economica.
Entrambe le visioni sono parziali.
L’immigrazione non è né esclusivamente un pericolo né esclusivamente una necessità produttiva.
È una questione ordinamentale.
E finché il dibattito continuerà a oscillare tra paura e utilità economica, senza affrontare il tema dell’integrazione come categoria giuridica centrale, il sistema europeo continuerà a muoversi senza una direzione realmente coerente.

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