Le violenze che hanno interessato Belfast negli ultimi giorni, innescate dall’arresto di un cittadino straniero accusato di un grave episodio di accoltellamento e successivamente sfociate in manifestazioni, disordini urbani, incendi e scontri con le forze dell’ordine, rappresentano molto più di un episodio di cronaca locale e meritano di essere analizzate come il sintomo di una crisi politica, culturale e sociale che attraversa ormai una parte significativa dell’Europa occidentale.
Sarebbe infatti profondamente riduttivo limitarsi a leggere quanto accaduto in Irlanda del Nord come la semplice conseguenza di un fatto criminale particolarmente grave o come l’espressione episodica di sentimenti xenofobi. I fatti di Belfast mostrano invece come, in numerosi contesti europei, si stia progressivamente ampliando la distanza tra le politiche migratorie elaborate dalle istituzioni e la percezione che le comunità locali hanno della capacità degli Stati di governare efficacemente i processi migratori e, soprattutto, di garantire che tali processi conducano ad una reale integrazione degli stranieri all’interno della società ospitante.
Per molti anni il dibattito pubblico europeo ha affrontato la questione migratoria attraverso una contrapposizione sostanzialmente sterile tra favorevoli e contrari all’immigrazione, tra chi riteneva che l’accoglienza rappresentasse un valore in sé sufficiente a giustificare l’ampliamento dei canali di ingresso e chi, al contrario, riteneva che la riduzione dei flussi costituisse l’unica risposta possibile alle preoccupazioni sociali e securitarie manifestate da una parte crescente della popolazione.
Entrambe queste impostazioni hanno tuttavia finito per trascurare quella che dovrebbe costituire la questione centrale di qualsiasi politica migratoria moderna: il rapporto tra immigrazione e integrazione.
L’errore che l’Europa ha commesso negli ultimi decenni consiste nell’aver spesso concentrato la propria attenzione quasi esclusivamente sugli ingressi, sulle quote, sulle procedure di asilo, sui permessi di soggiorno e sulla distribuzione dei richiedenti protezione internazionale, senza sviluppare con la medesima determinazione una riflessione seria sulle condizioni necessarie affinché la presenza dello straniero si trasformi effettivamente in integrazione sociale, culturale e civica.
È proprio da questa constatazione che nasce il paradigma dell’«Integrazione o ReImmigrazione», un paradigma che non si propone di negare la possibilità dell’immigrazione, né di promuovere una contrapposizione tra popolazione autoctona e popolazione straniera, ma che intende affermare un principio diverso e, per certi aspetti, più esigente: il diritto a permanere stabilmente in una comunità nazionale deve essere strettamente collegato all’effettiva partecipazione ai processi di integrazione.
L’integrazione, in questa prospettiva, non può essere considerata un risultato eventuale, lasciato alla libera iniziativa del singolo o affidato esclusivamente al trascorrere del tempo. Al contrario, essa deve diventare il criterio fondamentale attraverso cui valutare il successo o il fallimento delle politiche migratorie.
Per questa ragione il paradigma dell’«Integrazione o ReImmigrazione» individua tre pilastri essenziali dell’integrazione: il lavoro, la lingua e il rispetto delle regole.
Il lavoro rappresenta il principale strumento di partecipazione economica e di autonomia personale, poiché consente allo straniero di contribuire concretamente alla società che lo ospita e di sottrarsi a condizioni di marginalità o dipendenza.
La conoscenza della lingua costituisce il presupposto indispensabile per la partecipazione alla vita pubblica, per l’accesso ai servizi, per l’esercizio dei diritti e per la costruzione di relazioni sociali autentiche con la comunità ospitante.
Il rispetto delle regole, infine, rappresenta l’elemento che consente la convivenza tra persone provenienti da culture differenti all’interno di uno stesso ordinamento giuridico e di uno stesso spazio pubblico.
Quando uno o più di questi elementi vengono meno, il processo di integrazione entra inevitabilmente in crisi e aumenta il rischio che si sviluppino fenomeni di segregazione sociale, comunità parallele, tensioni identitarie e conflitti che, prima o poi, finiscono per emergere nello spazio pubblico.
I fatti di Belfast devono essere letti proprio in questa prospettiva.
Essi dimostrano come il problema non sia semplicemente la presenza di immigrati o di richiedenti asilo, ma l’assenza di un modello condiviso che definisca con chiarezza quali siano i doveri e le responsabilità connessi alla permanenza stabile all’interno di una comunità nazionale.
Quando una parte crescente della popolazione percepisce che l’immigrazione viene gestita senza un corrispondente investimento nell’integrazione, si crea inevitabilmente una frattura tra istituzioni e cittadini. Tale frattura alimenta sfiducia, radicalizzazione e conflitto sociale, producendo un clima nel quale ogni episodio criminale rischia di trasformarsi in un detonatore capace di innescare tensioni molto più profonde e sedimentate nel tempo.
È precisamente per evitare questo scenario che il paradigma dell’«Integrazione o ReImmigrazione» propone di spostare il baricentro del dibattito politico europeo. La domanda fondamentale non dovrebbe più essere quanti immigrati accogliere o quanti espellere, ma quanti immigrati siano realmente inseriti in un percorso concreto di integrazione e quali strumenti debbano essere adottati quando tale percorso fallisce.
In questa prospettiva la ReImmigrazione non rappresenta una sanzione collettiva né un progetto di espulsione indiscriminata, bensì la conseguenza del mancato raggiungimento degli obiettivi minimi di integrazione che rendono possibile la convivenza all’interno della società ospitante. Essa costituisce il punto finale di un percorso nel quale allo straniero vengono offerte opportunità, diritti e strumenti di inclusione, ma nel quale viene altresì richiesto un impegno concreto e verificabile verso l’integrazione.
Belfast, pertanto, non pone all’Europa una scelta tra immigrazione e non immigrazione.
La vera scelta che emerge dai fatti di questi giorni è molto diversa e molto più profonda.
L’Europa deve decidere se continuare ad affrontare la questione migratoria attraverso categorie politiche e culturali ormai insufficienti oppure se riconoscere che il futuro della convivenza dipenderà dalla capacità di affermare un nuovo paradigma fondato sulla responsabilità reciproca, sull’integrazione come dovere oltre che come opportunità e sulla consapevolezza che una società può rimanere aperta soltanto se è anche in grado di preservare la propria coesione interna.
In questo senso, la domanda che arriva oggi dalle strade di Belfast non riguarda soltanto l’Irlanda del Nord.
Riguarda il futuro stesso dell’Europa.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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