Le immagini provenienti da Belfast, con strade in fiamme, scontri con le forze dell’ordine e una crescente contrapposizione tra una parte della popolazione locale e alcune comunità immigrate, non devono essere archiviate come un semplice episodio di cronaca. Al contrario, dovrebbero indurre la politica europea e italiana a interrogarsi sulle cause profonde che hanno reso possibile una simile esplosione di tensione sociale.
Quando si verificano eventi come quelli che hanno interessato l’Irlanda del Nord, il dibattito pubblico tende a dividersi tra chi attribuisce ogni responsabilità all’immigrazione e chi, al contrario, riconduce ogni problema esclusivamente a fenomeni di razzismo o intolleranza. Entrambe queste letture risultano tuttavia insufficienti.
Il vero problema non è l’immigrazione in sé.
Il vero problema è l’assenza di un modello di integrazione sufficientemente forte da garantire che l’immigrazione si trasformi in partecipazione alla comunità nazionale anziché in separazione, diffidenza reciproca e conflitto sociale.
Per molti anni l’Europa ha costruito le proprie politiche migratorie concentrando l’attenzione sugli ingressi, sulle procedure amministrative e sulla gestione dei richiedenti asilo. Molto meno spazio è stato dedicato alla definizione di un principio altrettanto essenziale: chi viene accolto deve essere posto nelle condizioni di integrarsi, ma deve anche assumersi il dovere di integrarsi.
È proprio questa dimensione del dovere che appare oggi assente dal dibattito pubblico europeo.
Nelle costituzioni contemporanee troviamo numerosi diritti, ma troviamo anche doveri. La Costituzione italiana richiama, ad esempio, il dovere di solidarietà previsto dall’articolo 2, il dovere di concorrere alle spese pubbliche sancito dall’articolo 53 e il dovere di difesa della Patria previsto dall’articolo 52. Nessuno considera tali disposizioni incompatibili con uno Stato democratico. Al contrario, esse rappresentano il presupposto che consente ai diritti di convivere con la responsabilità.
Se questo principio vale per i cittadini, non vi è alcuna ragione per cui non debba valere anche per coloro che chiedono di entrare stabilmente a far parte della comunità nazionale.
Da tempo sostengo la necessità di introdurre nella Costituzione italiana un esplicito dovere di integrazione, inteso come obbligo di rispettare le regole fondamentali della Repubblica, apprendere la lingua italiana, partecipare alla vita sociale del Paese e contribuire, attraverso il lavoro o altre forme di partecipazione civica, allo sviluppo della collettività che accoglie.
Una simile previsione costituirebbe il fondamento costituzionale del paradigma dell’«Integrazione o ReImmigrazione».
Per troppo tempo il dibattito politico si è limitato a discutere quanti stranieri debbano entrare o uscire dal territorio nazionale. La vera questione riguarda invece la qualità dell’integrazione e la capacità dello Stato di verificare che essa avvenga realmente.
L’integrazione non può essere considerata un evento automatico che si realizza semplicemente con il trascorrere del tempo. Essa richiede impegno, responsabilità e una chiara assunzione di doveri reciproci. Lo Stato deve garantire opportunità di inserimento e formazione; lo straniero deve dimostrare la volontà concreta di aderire ai principi fondamentali della società che lo ospita.
I fatti di Belfast rappresentano un avvertimento che l’Italia non dovrebbe ignorare. Essi dimostrano che una politica migratoria priva di una forte dimensione integrativa rischia di produrre tensioni che, prima o poi, finiscono per manifestarsi nello spazio pubblico.
Per questa ragione il dibattito sull’integrazione non può più essere rinviato.
L’Italia dovrebbe aprire una riflessione seria sulla possibilità di inserire nella Costituzione il principio secondo cui chi intende vivere stabilmente nel nostro Paese ha non soltanto diritti da esercitare, ma anche un preciso dovere di integrazione verso la comunità nazionale.
Forse è proprio questa la principale lezione che arriva oggi dalle strade di Belfast: non basta governare l’immigrazione, occorre governare l’integrazione. E per farlo è necessario riconoscerne il valore costituzionale.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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