Signor Ministro Piantedosi,
ho letto con interesse le Sue dichiarazioni sui centri realizzati in Albania e sul loro possibile utilizzo nell’ambito delle future politiche europee di gestione dell’immigrazione.
Comprendo le ragioni che hanno portato il Governo italiano a investire su questo progetto. Uno Stato ha il diritto e il dovere di controllare le proprie frontiere, contrastare l’immigrazione irregolare e rendere effettivi i rimpatri di coloro che non hanno titolo per permanere sul territorio nazionale.
Tuttavia, mi permetto di sottoporLe una riflessione.
Forse il vero limite del dibattito attuale è che continua a guardare soltanto a chi entra, mentre ignora il problema di chi resta.
Da anni l’Europa discute di sbarchi, trafficanti, domande di asilo e rimpatri. Nel frattempo, però, si è progressivamente sviluppata una questione ben più complessa: quella dell’integrazione.
Molti dei fenomeni sociali che oggi preoccupano le opinioni pubbliche europee non sono infatti riconducibili a persone appena arrivate. Sempre più spesso riguardano soggetti presenti da anni sul territorio, titolari di regolare permesso di soggiorno, talvolta addirittura appartenenti alle seconde generazioni.
Il problema, quindi, non è soltanto l’immigrazione irregolare.
Il problema è l’immigrazione senza integrazione.
Per troppo tempo si è ritenuto che fosse sufficiente concedere un permesso di soggiorno, un’abitazione o un lavoro affinché il processo di integrazione si realizzasse automaticamente. L’esperienza dimostra che non è così.
L’integrazione richiede impegno, conoscenza della lingua, rispetto delle regole, adesione ai principi fondamentali della comunità ospitante e partecipazione alla vita sociale del Paese.
In altre parole, l’integrazione non dovrebbe essere considerata una facoltà.
Dovrebbe essere considerata un dovere.
Per questa ragione ritengo che il dibattito sui centri in Albania potrebbe essere affrontato alla luce del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, che da tempo propongo come possibile chiave di lettura delle politiche migratorie del futuro.
Oggi tali strutture vengono immaginate come strumenti destinati alla gestione dell’immigrazione irregolare e delle procedure accelerate di frontiera.
Ma cosa accadrebbe se venissero concepite anche come parte di una più ampia politica di ReImmigrazione?
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” parte da un presupposto semplice: se l’integrazione è un dovere, il suo fallimento non può essere privo di conseguenze.
Chi entra regolarmente nel nostro Paese dovrebbe avere tutte le opportunità necessarie per integrarsi. Lo Stato dovrebbe investire nell’insegnamento della lingua italiana, nella formazione civica, nell’inserimento lavorativo e nella conoscenza dei diritti e dei doveri previsti dall’ordinamento.
Ma dopo anni di permanenza, dovrebbe essere possibile verificare anche il risultato di quel percorso.
Lavoro stabile, conoscenza della lingua, rispetto delle regole, assenza di comportamenti incompatibili con la convivenza civile dovrebbero diventare elementi centrali nella valutazione dell’effettiva integrazione.
La permanenza non dovrebbe essere un automatismo.
Dovrebbe essere la conseguenza di un percorso riuscito.
Nel paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, la permanenza stabile nel Paese non deriva soltanto dalla regolarità amministrativa del soggiorno, ma dall’effettiva integrazione dello straniero nella comunità nazionale. Lavoro, conoscenza della lingua e rispetto delle regole costituiscono i pilastri fondamentali di tale percorso.
Nel paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, la ReImmigrazione non rappresenta una punizione né una sanzione. Essa costituisce l’esito giuridico del fallimento di un percorso di integrazione che lo Stato ha il dovere di favorire e lo straniero ha il dovere di perseguire.
I centri in Albania potrebbero allora assumere una funzione diversa rispetto a quella oggi immaginata: non soltanto strutture per la gestione degli ingressi irregolari, ma strumenti destinati ad accompagnare il ritorno assistito di coloro che, pur avendo avuto l’opportunità di integrarsi, non hanno consolidato il proprio diritto a permanere attraverso il rispetto degli obblighi di integrazione.
So bene che una proposta simile susciterebbe un acceso dibattito.
Ma credo che prima o poi l’Europa dovrà affrontare questa domanda.
Perché la questione decisiva non è soltanto chi può entrare.
La questione decisiva è chi può restare.
L’immigrazione irregolare è un problema di frontiere.
L’integrazione è un problema di futuro.
E il futuro dell’Italia e dell’Europa dipenderà dalla capacità di collegare il diritto di permanenza non soltanto alla regolarità amministrativa, ma anche all’effettiva integrazione nella comunità nazionale.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
ID 280782895721-36

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