Dall’ICE agli Uffici Immigrazione: perché l’Italia dovrebbe ripensare il controllo dell’immigrazione

La recente decisione del Senato degli Stati Uniti di destinare circa 70 miliardi di dollari all’Immigration and Customs Enforcement (ICE) è stata interpretata prevalentemente come una scelta politica collegata alla strategia dell’amministrazione Trump in materia di immigrazione. In realtà, al di là delle valutazioni che ciascuno può formulare sull’opportunità di incrementare le risorse destinate a tale agenzia federale, la vicenda americana offre uno spunto di riflessione che merita di essere analizzato anche da una prospettiva italiana.

Fonte: https://www.corriere.it/esteri/26_giugno_05/trump-rilancia-l-ice-con-70-miliardi-di-dollari-cinque-mesi-dopo-i-morti-di-minneapolis-bbd949de-12ed-4d70-a552-9d30d3acexlk.shtml

L’attenzione del dibattito pubblico si è concentrata quasi esclusivamente sulla questione delle espulsioni e sul rafforzamento delle attività di contrasto all’immigrazione irregolare. Si tratta certamente di un aspetto importante, ma probabilmente non è quello più interessante.

La vera questione riguarda il modello istituzionale sottostante.

Gli Stati Uniti considerano infatti l’immigrazione una materia sufficientemente rilevante da giustificare l’esistenza di una struttura federale dedicata in via esclusiva alla gestione del fenomeno migratorio. L’ICE non costituisce semplicemente un ufficio amministrativo incaricato di ricevere domande o rilasciare autorizzazioni. Si tratta di un’agenzia specializzata che concentra competenze investigative, operative e di controllo in un settore considerato strategico per gli interessi dello Stato.

Questa impostazione induce inevitabilmente a interrogarsi sulla situazione italiana.

L’Italia è oggi uno dei principali Paesi europei interessati dai fenomeni migratori. Da oltre trent’anni l’immigrazione costituisce una questione centrale nel dibattito politico nazionale. Essa incide sulla sicurezza pubblica, sul mercato del lavoro, sul sistema scolastico, sui servizi sociali, sulle politiche abitative, sulla sanità e, più in generale, sulla struttura demografica e sociale del Paese.

Nonostante ciò, l’immigrazione continua ad essere gestita attraverso un sistema amministrativo che appare sostanzialmente immutato nella sua impostazione originaria.

Le Questure, attraverso gli Uffici Immigrazione, svolgono un ruolo fondamentale nella gestione delle procedure relative ai cittadini stranieri. Tuttavia tali strutture sono state concepite principalmente per l’esercizio di funzioni amministrative: ricezione delle domande, rilascio e rinnovo dei permessi di soggiorno, esecuzione di determinati provvedimenti e gestione delle procedure previste dalla normativa vigente.

Si tratta di attività certamente essenziali, ma che riflettono una concezione dell’immigrazione come fenomeno prevalentemente burocratico.

Il problema è che l’immigrazione contemporanea non può più essere descritta in questi termini.

Oggi il fenomeno migratorio coinvolge questioni estremamente complesse che spaziano dalle organizzazioni criminali che gestiscono l’immigrazione clandestina alle frodi documentali, dai matrimoni simulati al traffico di esseri umani, dalle false dichiarazioni di ospitalità allo sfruttamento lavorativo, fino alle problematiche connesse all’integrazione delle persone che soggiornano stabilmente sul territorio nazionale.

Di fronte a una simile complessità appare legittimo domandarsi se l’attuale modello organizzativo sia ancora adeguato.

L’ordinamento italiano dispone di amministrazioni specializzate per numerosi settori ritenuti strategici. La Guardia di Finanza è chiamata a presidiare la materia economica e tributaria. La Polizia Penitenziaria gestisce l’esecuzione penale e il sistema carcerario. Le Capitanerie di Porto esercitano funzioni specialistiche in materia marittima. In ciascuno di questi casi il legislatore ha ritenuto che la complessità della materia giustificasse la creazione di strutture dedicate, dotate di competenze specifiche e di una propria organizzazione.

L’immigrazione, pur rappresentando una delle principali questioni strategiche del nostro tempo, continua invece ad essere affidata a un insieme di competenze distribuite tra amministrazioni diverse, senza che esista un soggetto istituzionale chiamato a governare il fenomeno nella sua interezza.

È proprio da questa considerazione che potrebbe nascere una riflessione più ampia.

Forse il dibattito non dovrebbe limitarsi a discutere se gli Uffici Immigrazione debbano essere rafforzati o se sia necessario aumentare il numero degli operatori impiegati nelle Questure.

Forse occorrerebbe interrogarsi sulla possibilità di superare l’attuale modello e valutare l’istituzione di un vero e proprio Corpo di Polizia dell’Immigrazione.

Non una nuova articolazione della Polizia di Stato.

Non una specializzazione interna agli attuali apparati amministrativi.

Ma un autonomo corpo dello Stato, dotato di una propria identità istituzionale, di specifiche competenze e di una formazione professionale orientata esclusivamente alla gestione dei fenomeni migratori.

Una simile struttura potrebbe concentrare funzioni che oggi risultano frammentate tra diversi soggetti pubblici. Potrebbe occuparsi del contrasto alle organizzazioni criminali che operano nel settore migratorio, delle frodi documentali, delle verifiche relative alle condizioni di soggiorno, dell’esecuzione dei provvedimenti di allontanamento e delle attività di controllo oggi distribuite tra amministrazioni diverse.

Ma la vera novità riguarderebbe probabilmente un altro profilo.

Da anni il dibattito politico sull’immigrazione continua a svilupparsi attorno a due poli fondamentali: l’ingresso e il rimpatrio. Da una parte si discute delle modalità attraverso le quali consentire o limitare l’accesso al territorio nazionale; dall’altra si affronta il tema dell’allontanamento di coloro che non possiedono i requisiti per permanere in Italia.

Molto meno sviluppata appare invece la riflessione relativa alla permanenza.

Eppure è proprio la permanenza a rappresentare il cuore della questione migratoria.

La recente giurisprudenza in materia di protezione complementare mostra chiaramente come i Tribunali stiano attribuendo una crescente rilevanza al concetto di integrazione. Le decisioni emesse nel 2026 dai Tribunali di Bologna e Firenze evidenziano come la conoscenza della lingua italiana, la stabilità lavorativa, la formazione professionale, l’autonomia economica e il radicamento sociale assumano un peso sempre maggiore nella valutazione della posizione giuridica dello straniero.

Si tratta di un’evoluzione particolarmente significativa.

Se l’integrazione diventa un elemento centrale per la permanenza, allora emerge inevitabilmente il problema degli strumenti attraverso i quali tale integrazione debba essere verificata.

L’attuale sistema amministrativo è stato costruito principalmente per rilasciare documenti e gestire procedure. Non è stato concepito per monitorare percorsi di integrazione, verificare il mantenimento delle condizioni che giustificano il soggiorno o valutare nel tempo il rapporto tra lo straniero e la comunità nazionale.

In questo senso il dibattito suscitato dal rafforzamento dell’ICE può rappresentare un’occasione per affrontare una questione più ampia.

L’immigrazione non è più soltanto una materia amministrativa.

È una funzione strategica dello Stato.

E come ogni funzione strategica richiede strumenti istituzionali adeguati alla complessità del fenomeno che sono chiamati a governare.

La domanda che il legislatore italiano dovrebbe iniziare a porsi non è quindi se aumentare o diminuire il numero dei permessi di soggiorno, né se rafforzare o ridurre i CPR.

La domanda è se un fenomeno destinato a incidere in modo permanente sulla composizione della società italiana possa continuare ad essere amministrato attraverso strutture concepite prevalentemente per la gestione documentale delle procedure amministrative oppure se non sia giunto il momento di costruire un’amministrazione specializzata capace di governare in modo unitario l’intero ciclo dell’immigrazione, dall’ingresso all’integrazione, fino all’eventuale allontanamento dal territorio nazionale.

Avv. Fabio Loscerbo

Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea n. 280782895721-36

ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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