Il limite della Remigrazione emerso a Roma: senza integrazione non esiste una politica migratoria

La manifestazione sulla Remigrazione svoltasi a Roma il 13 giugno 2026 merita di essere osservata con attenzione e senza pregiudizi ideologici. Al di là delle polemiche che inevitabilmente accompagnano iniziative di questo tipo, il dato politicamente rilevante è che il tema della Remigrazione è ormai entrato stabilmente nel dibattito pubblico italiano. Ciò che fino a pochi anni fa appariva confinato a circuiti culturali e politici marginali è oggi diventato oggetto di discussione nazionale, di attenzione mediatica e persino di iniziative legislative.

Questo fenomeno non può essere liquidato attraverso categorie semplicistiche. La crescita del consenso verso posizioni favorevoli alla Remigrazione nasce infatti dalla percezione, diffusa in una parte della popolazione, che il modello migratorio sviluppatosi negli ultimi decenni non sia stato in grado di risolvere problemi concreti legati all’integrazione, alla sicurezza, alla coesione sociale e alla gestione dei flussi. Ignorare tali questioni significherebbe rinunciare a comprendere le ragioni profonde di un fenomeno politico che continua ad acquisire visibilità.

Proprio per questo motivo il corteo di Roma offre uno spunto di riflessione particolarmente interessante. Esso ha infatti evidenziato quello che appare il principale limite teorico e strategico della Remigrazione contemporanea: la sostanziale assenza di una elaborazione organica del concetto di integrazione.

L’intera costruzione argomentativa della Remigrazione si concentra prevalentemente sulla questione dell’allontanamento di coloro che non dovrebbero permanere sul territorio nazionale. Si tratta di una prospettiva certamente legittima sul piano politico, ma che lascia irrisolta una questione preliminare e decisiva: quali siano i criteri in base ai quali distinguere chi debba rimanere da chi debba partire.

È proprio su questo punto che emerge una lacuna difficilmente superabile. Una politica migratoria non può limitarsi a disciplinare le uscite. Deve necessariamente individuare anche le condizioni della permanenza. In assenza di tali criteri, il rischio è quello di costruire una teoria dell’espulsione senza una corrispondente teoria dell’integrazione.

La domanda fondamentale non è infatti soltanto chi debba essere rimpatriato. La domanda fondamentale è soprattutto chi abbia maturato il diritto di continuare a vivere all’interno della comunità nazionale.

La differenza può apparire sottile, ma in realtà è enorme.

Una politica fondata esclusivamente sulla Remigrazione tende inevitabilmente a concentrare la propria attenzione sul momento finale del rapporto tra straniero e Stato, ossia l’allontanamento. Una politica fondata sull’integrazione è invece chiamata a interrogarsi sull’intero percorso che precede quel momento, individuando indicatori capaci di misurare il livello di partecipazione dello straniero alla vita della società ospitante.

In questa prospettiva, il vero tema non è l’origine etnica, nazionale o religiosa dell’individuo. Il vero tema è il comportamento concretamente tenuto durante il periodo di permanenza nel territorio nazionale. Lavoro, conoscenza della lingua italiana, rispetto delle regole fondamentali della convivenza civile, assenza di comportamenti antisociali, stabilità abitativa e relazionale diventano così elementi suscettibili di valutazione oggettiva.

È proprio da questa impostazione che nasce il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.

Tale paradigma non si fonda sull’idea che l’immigrazione costituisca necessariamente una risorsa né sull’idea opposta secondo cui essa rappresenti inevitabilmente una minaccia. Esso parte invece da una constatazione diversa: la permanenza nel territorio nazionale deve essere strettamente collegata all’esistenza di un effettivo percorso di integrazione.

Chi si integra deve poter rimanere. Chi rifiuta sistematicamente l’integrazione deve essere accompagnato verso un percorso di ReImmigrazione nel Paese di origine. La distinzione non si basa quindi sull’identità della persona, ma sul suo grado di integrazione all’interno della comunità nazionale.

Sotto questo profilo, il limite emerso dalla manifestazione di Roma appare evidente. La Remigrazione individua il problema della permanenza di soggetti non integrati, ma non sviluppa una compiuta teoria giuridica dell’integrazione. Di conseguenza, essa rischia di concentrarsi esclusivamente sulle conseguenze senza affrontare il presupposto fondamentale dal quale quelle conseguenze derivano.

È significativo osservare come proprio il diritto positivo italiano stia già offrendo indicazioni in questa direzione.

La protezione complementare rappresenta oggi il principale laboratorio giuridico del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. In nessun altro settore del diritto dell’immigrazione il percorso di integrazione assume infatti una rilevanza così marcata nella valutazione della posizione dello straniero.

La giurisprudenza sviluppatasi negli ultimi anni ha progressivamente attribuito rilievo all’inserimento lavorativo, alla conoscenza della lingua, alla stabilità abitativa, ai legami familiari, alle relazioni sociali e, più in generale, al livello di integrazione raggiunto nel territorio italiano. La valutazione non riguarda più soltanto le condizioni esistenti nel Paese di origine, ma investe sempre più frequentemente il rapporto concreto instaurato tra la persona e la comunità nazionale.

Non è quindi un caso che proprio nell’ambito della protezione complementare si stiano formando le prime categorie giuridiche capaci di trasformare l’integrazione da semplice obiettivo politico a parametro suscettibile di valutazione.

In questa prospettiva, la protezione complementare non rappresenta soltanto uno strumento di tutela individuale. Essa costituisce anche il luogo nel quale si sta sperimentando una diversa concezione della permanenza dello straniero sul territorio nazionale, fondata non sulla mera presenza fisica né sull’appartenenza identitaria, ma sull’effettività del percorso di integrazione.

Per questa ragione il dibattito aperto dalla manifestazione di Roma dovrebbe forse essere riformulato. La questione decisiva non è scegliere tra immigrazione e Remigrazione. La questione decisiva è comprendere che senza integrazione non esiste alcuna politica migratoria realmente sostenibile. Esistono soltanto politiche di ingresso e politiche di uscita. Ma governare l’immigrazione significa soprattutto governare ciò che accade tra questi due momenti. Ed è precisamente in questo spazio che si colloca il tema dell’integrazione.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea n. 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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