In un post pubblicato sulla piattaforma X il 28 maggio 2026, la giornalista Francesca Totolo ha condiviso un contenuto video dell’account “Welcome to Favelas” nel quale compare la seguente affermazione: «Il vero problema non è l’immigrazione clandestina, ma quella resa legale da cittadinanze facili, ricongiungimenti e percorsi d’integrazione falliti».
Al di là della paternità originaria della frase e delle valutazioni che ciascuno può esprimere sul suo contenuto, essa pone una questione che merita di essere approfondita perché sposta l’attenzione da un tema tradizionalmente dominante nel dibattito pubblico — l’immigrazione clandestina — a una domanda probabilmente ancora più importante: che cosa accade dopo l’ingresso nel Paese?
Per molti anni la discussione politica europea si è concentrata quasi esclusivamente sugli sbarchi, sulle frontiere e sul contrasto all’immigrazione irregolare. Le immagini delle imbarcazioni nel Mediterraneo hanno finito per identificare l’intero fenomeno migratorio con il momento dell’arrivo. Eppure, osservando l’evoluzione delle società europee negli ultimi decenni, emerge una realtà diversa.
La maggior parte degli stranieri che oggi vivono stabilmente in Europa non è arrivata recentemente. Molti risiedono da anni o da decenni nei Paesi ospitanti. Hanno ottenuto un permesso di soggiorno, hanno ricongiunto i propri familiari, hanno costruito una rete di relazioni sociali e lavorative e hanno avuto figli che spesso sono nati direttamente nel Paese di destinazione. Se si vuole comprendere la reale portata dell’immigrazione contemporanea, occorre dunque guardare non soltanto all’ingresso, ma anche agli effetti che esso produce nel lungo periodo.
È qui che emerge il tema dell’integrazione.
La Francia rappresenta probabilmente il caso più significativo. Dopo oltre mezzo secolo di immigrazione proveniente principalmente dal Maghreb e dall’Africa subsahariana, il dibattito pubblico francese non si concentra più esclusivamente sugli arrivi. Le questioni più controverse riguardano le seconde generazioni, le periferie urbane, la segregazione territoriale, il rapporto tra appartenenza culturale e appartenenza civica e la capacità delle istituzioni di costruire una comune identità nazionale.
Le rivolte urbane che periodicamente interessano alcune aree del Paese raramente coinvolgono immigrati appena arrivati. Spesso vedono protagonisti giovani nati o cresciuti in Francia. Questo dato non consente ovviamente di formulare generalizzazioni, ma impone una riflessione. Se una persona è nata nel Paese ospitante, ha frequentato le scuole del Paese ospitante e ha vissuto all’interno delle sue istituzioni, il problema non può più essere spiegato esclusivamente attraverso la categoria dell’immigrazione. Diventa inevitabilmente una questione di integrazione.
Anche l’Italia, pur avendo una storia migratoria più recente rispetto ad altri Paesi europei, inizia a confrontarsi con dinamiche analoghe. Negli ultimi anni il dibattito pubblico si è soffermato sul fenomeno dei cosiddetti “maranza”, termine ormai entrato nel linguaggio comune per descrivere gruppi di giovani spesso appartenenti alle seconde generazioni o comunque cresciuti all’interno di contesti migratori urbani.
Al di là delle semplificazioni mediatiche, il fenomeno presenta un interesse particolare perché sposta l’attenzione dall’immigrazione all’integrazione. Molti di questi ragazzi non sono immigrati arrivati recentemente in Italia. Sono giovani che hanno frequentato scuole italiane, parlano italiano, vivono nelle nostre città e conoscono la cultura popolare del Paese. Se una parte di essi sviluppa comportamenti antisociali, forme di ostilità verso le istituzioni o dinamiche identitarie conflittuali, la questione non riguarda più il controllo delle frontiere. Riguarda il risultato dei processi di integrazione.
Proprio per questo motivo il fenomeno dei maranza assume una rilevanza che va oltre la cronaca. Esso rappresenta una delle prime manifestazioni visibili, nel contesto italiano, di una questione che altri Paesi europei affrontano da decenni. La domanda non è quanti immigrati siano arrivati. La domanda è quale tipo di cittadino stia producendo il processo di integrazione.
Per anni una parte del dibattito pubblico ha considerato l’integrazione come un processo quasi automatico, destinato a realizzarsi spontaneamente con il trascorrere del tempo. Parallelamente, una parte del fronte opposto ha sostenuto che l’integrazione fosse impossibile per definizione. L’esperienza europea sembra smentire entrambe le posizioni.
L’integrazione non è automatica.
Ma non è nemmeno impossibile.
Essa dipende da fattori concreti: lavoro, istruzione, conoscenza della lingua, rispetto delle regole, partecipazione alla vita civile, qualità delle istituzioni e capacità della società ospitante di definire chiaramente i principi fondamentali della convivenza.
È proprio in questo contesto che si colloca il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. Il criterio centrale non è l’origine etnica, la religione o la nazionalità. Il criterio è il livello di integrazione effettivamente raggiunto all’interno della comunità ospitante. Una politica migratoria non può essere valutata esclusivamente dal numero di ingressi autorizzati o impediti. Deve essere valutata sulla base dei risultati che produce nel medio e nel lungo periodo.
La frase rilanciata da Francesca Totolo può apparire provocatoria. Tuttavia essa ha il merito di richiamare l’attenzione su una questione che l’Europa non può più permettersi di ignorare. Dopo decenni di immigrazione, il vero interrogativo non riguarda soltanto chi entra nel territorio nazionale.
Riguarda soprattutto ciò che accade dopo.
Perché il successo o il fallimento dell’immigrazione non si misura alla frontiera.
Si misura una generazione dopo.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID 280782895721-36)
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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