Ho letto con interesse l’editoriale di Claudio Cerasa pubblicato su Il Foglio ( https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/13/news/loro-belfast-noi-vannacci-e-ora-di-un-patto-repubblicano-sulla-sicurezza–400535 ), nel quale l’autore, partendo dai recenti disordini di Belfast, propone la costruzione di un nuovo patto repubblicano sulla sicurezza.
Si tratta di una riflessione importante. Le tensioni che stanno emergendo in diverse città europee dimostrano infatti che il tema dell’immigrazione non può più essere affrontato attraverso le categorie politiche tradizionali. Esiste un problema reale che riguarda la capacità degli Stati di garantire coesione sociale, ordine pubblico e convivenza civile.
Tuttavia ritengo che il dibattito continui a concentrarsi sulle conseguenze senza affrontarne la causa.
Quando una società si trova costretta a discutere di sicurezza, di rivolte urbane, di tensioni etniche o di radicalizzazione, significa che qualcosa è già andato storto in una fase precedente.
Quella fase si chiama integrazione.
Per anni il confronto pubblico si è sviluppato attorno a due poli contrapposti. Da una parte chi ritiene che il problema principale sia rappresentato dagli ingressi. Dall’altra chi ritiene che sia sufficiente garantire diritti e opportunità.
In realtà entrambe le impostazioni condividono un presupposto spesso non dichiarato: considerano l’immigrazione principalmente come un fenomeno economico.
Si discute di manodopera, di fabbisogni del mercato del lavoro, di contributi previdenziali, di carenza di lavoratori o di crescita demografica. Persino le politiche migratorie vengono frequentemente giustificate sulla base delle esigenze dell’economia.
In questo modo, però, si rischia di dimenticare che l’immigrazione riguarda anzitutto persone, comunità e modelli di convivenza.
Una società non può limitarsi a chiedersi quanti stranieri entrano o quanti lavoratori servono alle imprese. Deve interrogarsi anche su come quelle persone si inseriscono nella comunità nazionale, su quali valori condividono, su quale rapporto sviluppano con la lingua, con le istituzioni e con le regole del Paese che li ospita.
È proprio qui che nasce il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
Un paradigma che intende superare la tradizionale visione economicista dell’immigrazione e riportare al centro la persona e il suo percorso di integrazione.
L’idea di fondo è semplice.
La permanenza stabile nel territorio nazionale non dovrebbe dipendere esclusivamente dall’esistenza di un contratto di lavoro, così come non dovrebbe essere considerata un diritto incondizionato e permanente.
Il criterio centrale dovrebbe diventare l’integrazione.
Lavoro, conoscenza della lingua italiana e rispetto delle regole rappresentano gli indicatori fondamentali attraverso i quali valutare tale percorso.
Chi dimostra di integrarsi deve poter costruire il proprio futuro nel Paese.
Chi invece rifiuta stabilmente quel percorso deve essere accompagnato verso un processo di ReImmigrazione, inteso come ritorno assistito e ordinato nel Paese di origine, nel pieno rispetto delle garanzie giuridiche e della dignità della persona.
Perché questo modello possa diventare realmente operativo è però necessario un passaggio ulteriore.
Occorre attribuire all’integrazione una dignità costituzionale.
La nostra Costituzione riconosce diritti, impone doveri di solidarietà, tutela il lavoro, l’istruzione e la partecipazione alla vita sociale. Eppure non contiene alcun riferimento esplicito al dovere di integrazione di coloro che scelgono di vivere stabilmente nel nostro Paese.
Si tratta di una lacuna sempre più evidente in una società caratterizzata da importanti fenomeni migratori.
Chi decide di costruire il proprio futuro in Italia dovrebbe essere chiamato non soltanto a rispettare le leggi penali, ma anche a partecipare concretamente al processo di integrazione attraverso la conoscenza della lingua italiana, il rispetto delle regole fondamentali della convivenza civile e l’inserimento nella vita sociale della comunità nazionale.
Parallelamente, la Repubblica dovrebbe assumersi il dovere di favorire e rendere possibile tale percorso.
L’introduzione del dovere di integrazione nella Costituzione consentirebbe di superare definitivamente la contrapposizione tra accoglienza e respingimento, tra diritti e sicurezza, tra inclusione e controllo.
L’integrazione diventerebbe il criterio ordinatore dell’intero sistema.
È in questa prospettiva che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” trova il proprio naturale completamento.
Non come slogan politico, ma come principio costituzionale.
Per questa ragione, mentre Claudio Cerasa propone un patto repubblicano sulla sicurezza, io ritengo che il vero patto repubblicano del XXI secolo debba fondarsi sul riconoscimento del dovere di integrazione.
La sicurezza rimane essenziale.
Ma la sicurezza rappresenta l’ultima linea di difesa di una società.
L’integrazione rappresenta la prima.
I fatti di Belfast dovrebbero insegnarci proprio questo: quando l’integrazione viene lasciata al caso, prima o poi il problema si trasferisce inevitabilmente sul terreno della sicurezza.
Per evitare che ciò accada, occorre riconoscere che l’integrazione non è una scelta facoltativa, non è un auspicio e non è una semplice politica pubblica.
Deve diventare un principio fondamentale della Repubblica.
Ed è per questo che continuo a sostenere una proposta chiara: il dovere di integrazione deve entrare nella Costituzione italiana.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea n. 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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