Ogni anno, il 2 giugno, l’Italia celebra la Festa della Repubblica. È una delle principali ricorrenze civili del Paese, la giornata che ricorda il referendum istituzionale del 1946 con cui gli italiani scelsero la forma repubblicana dello Stato dopo la fine della monarchia.
Le Frecce Tricolori sorvolano Roma, il Presidente della Repubblica rende omaggio al Milite Ignoto, le istituzioni celebrano la nascita della Repubblica e i valori costituzionali sui quali si fonda lo Stato italiano.
Ma c’è una domanda che raramente viene posta nel dibattito pubblico: quanti stranieri che vivono in Italia conoscono davvero il significato del 2 giugno?
La questione non riguarda soltanto la conoscenza di una data storica. Riguarda il concetto stesso di integrazione.
Per anni il dibattito sull’immigrazione si è concentrato quasi esclusivamente sugli aspetti economici e amministrativi. Si è discusso di ingressi, permessi di soggiorno, cittadinanza, ricongiungimenti familiari e mercato del lavoro. Molto meno attenzione è stata dedicata all’integrazione civica, culturale e identitaria.
Eppure una comunità nazionale non è composta soltanto da norme giuridiche e rapporti economici. È composta anche da simboli, valori condivisi, memoria storica e appartenenza.
Una persona può vivere regolarmente in Italia, lavorare, pagare le tasse e rispettare la legge. Tutto questo è certamente importante. Ma può essere sufficiente per definirla realmente integrata se non conosce nemmeno il significato della principale festa civile della Repubblica?
La domanda può apparire provocatoria, ma merita una riflessione.
Negli Stati Uniti il 4 luglio rappresenta un elemento fondamentale dell’identità nazionale. In Francia il 14 luglio continua a essere una ricorrenza profondamente sentita. In molti Paesi europei le festività nazionali costituiscono occasioni attraverso le quali si rafforza il senso di appartenenza alla comunità politica.
In Italia questo tema è stato spesso trascurato. Non soltanto nei confronti degli stranieri, ma anche nei confronti degli stessi cittadini italiani.
L’integrazione viene frequentemente misurata attraverso parametri economici: occupazione, reddito, stabilità abitativa. Sono certamente indicatori importanti, ma non esauriscono il concetto di integrazione.
Una vera integrazione richiede anche la conoscenza della lingua, della storia, delle istituzioni e dei principi fondamentali della comunità che accoglie.
Non si tratta di pretendere un’adesione ideologica o di cancellare le identità di origine. Si tratta piuttosto di comprendere che ogni società democratica ha bisogno di un nucleo minimo di valori condivisi per poter funzionare.
Il 2 giugno offre dunque un’occasione di riflessione che va oltre la semplice celebrazione istituzionale. Ci invita a chiederci se l’Europa e l’Italia abbiano dedicato sufficiente attenzione all’integrazione civica oppure se abbiano concentrato il proprio sguardo quasi esclusivamente sulla gestione dei flussi migratori.
Nel paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, l’integrazione non può essere ridotta a una mera presenza sul territorio nazionale. Essa implica la partecipazione alla vita della comunità, la conoscenza della sua lingua, delle sue regole e della sua storia.
Perché una società può accogliere e integrare soltanto se esiste qualcosa in cui integrarsi.
E forse il significato più profondo della Festa della Repubblica sta proprio qui: ricordare che una comunità politica non è soltanto uno spazio geografico, ma una storia comune, una memoria condivisa e un progetto collettivo rivolto al futuro.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea n. 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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