Nel dibattito pubblico contemporaneo il termine “remigrazione” viene spesso utilizzato in modo indistinto, talvolta evocato come soluzione radicale alle criticità del fenomeno migratorio. Tuttavia, sotto il profilo giuridico, tale nozione appare priva di una reale consistenza normativa e, soprattutto, incompatibile con l’architettura costituzionale e sovranazionale vigente.
Diverso è il discorso per ciò che può essere definito “ReImmigrazione”. Non si tratta di una semplice variazione terminologica, ma di un paradigma giuridico che emerge in modo sempre più evidente dalla giurisprudenza recente e, in particolare, dall’elaborazione giudiziale in materia di protezione complementare.
Per comprendere la differenza, occorre partire da un dato di fondo: il diritto dell’immigrazione, nella sua evoluzione più recente, non è più costruito esclusivamente sull’ingresso, ma sulla permanenza. E la permanenza, come dimostrano le decisioni dei Tribunali di Bologna e Venezia del 2026, è oggi valutata alla luce di un criterio sostanziale: l’integrazione.
La remigrazione, nel significato con cui è generalmente utilizzata nel dibattito politico, si configura come un’idea di rimpatrio generalizzato, spesso svincolato da una valutazione individuale della posizione dello straniero. In questa prospettiva, il presupposto non è il comportamento del soggetto, ma la sua condizione originaria di straniero. È una logica che tende all’automatismo e che, proprio per questo, si pone in tensione con i principi fondamentali dell’ordinamento.
Il diritto vigente, infatti, si muove in direzione opposta. Gli artt. 5 e 19 del Testo Unico Immigrazione, letti alla luce dell’art. 8 CEDU e degli artt. 2 e 3 della Costituzione, impongono una valutazione individuale, concreta e proporzionata. Non è giuridicamente ammissibile un allontanamento che prescinda dalla considerazione della vita privata e familiare costruita dallo straniero sul territorio.
È qui che si innesta il concetto di ReImmigrazione.
La ReImmigrazione non è una politica di espulsione indiscriminata, ma la conseguenza giuridica di un sistema che ha già individuato nell’integrazione il proprio criterio regolatore. Se la giurisprudenza riconosce che il radicamento sociale, lavorativo e relazionale fonda un diritto alla permanenza, ne deriva, in modo speculare, che l’assenza di tale radicamento legittima il venir meno di quel diritto.
Non si tratta di introdurre un nuovo istituto, ma di portare a coerenza il sistema esistente.
Le decisioni esaminate mostrano con chiarezza questo passaggio. Il giudice non si limita a verificare l’assenza di pericoli nel Paese di origine, ma valuta positivamente il percorso di integrazione: lavoro stabile o progressivo, autonomia economica, inserimento abitativo, relazioni sociali, conoscenza della lingua, rispetto delle regole. Quando questi elementi sono presenti, la protezione viene riconosciuta. Quando mancano, il sistema non può restare neutro.
La ReImmigrazione si colloca esattamente in questo spazio: è la risposta ordinamentale alla mancata integrazione.
A differenza della remigrazione, essa non si fonda su categorie astratte o su appartenenze, ma su comportamenti concreti e verificabili. Non è una misura generalizzata, ma un esito individualizzato, frutto di un bilanciamento tra interessi contrapposti. Non contrasta con i diritti fondamentali, perché ne costituisce il rovescio coerente: se il diritto tutela l’integrazione, non può ignorarne l’assenza.
Il punto centrale, dunque, non è scegliere tra apertura e chiusura, ma definire un criterio giuridico chiaro. E questo criterio, già oggi, è sotto gli occhi dell’interprete: la qualità della permanenza.
La remigrazione resta un concetto politico, privo di ancoraggio normativo e difficilmente compatibile con l’ordinamento multilivello dei diritti. La ReImmigrazione, al contrario, è un paradigma giuridico emergente, che si sviluppa all’interno del sistema e ne valorizza le logiche interne.
Il futuro del diritto dell’immigrazione non sarà determinato da slogan o categorie ideologiche, ma dalla capacità di tradurre in regole coerenti ciò che la giurisprudenza ha già chiarito: la permanenza non è un dato acquisito, ma il risultato di un percorso.
Un percorso che il diritto è chiamato a valutare, riconoscere o, quando necessario, interrompere.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista – Registro per la Trasparenza UE n. 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

- Stellt Europa die falsche Frage zur Migration?
- LIVE – L’immigrazione non può essere misurata soltanto in base al lavoro
- Sicurezza e immigrazione: il dibattito dimentica che anche l’integrazione è una politica di sicurezza
- ¿Puede el Derecho español inspirarse en el modelo italiano?
- La regolarizzazione di massa della Spagna può violare il diritto dell’Unione? È tempo di valutare una procedura d’infrazion
- La Spagna mette a rischio Schengen: regolarizzazioni di massa senza integrazione
- Milano, la ragazza sfregiata e una domanda che non possiamo più rinviare: esiste un legame tra migrazione e disagio psichico?
- Ddl sicurezza anti-maranza: il vero problema non è il fermo, ma l’assenza di conseguenze strutturali
- L’Europe pose-t-elle la mauvaise question sur l’immigration ?
- LIVE – Il decreto flussi è davvero la soluzione?
- Could the United Kingdom Learn from the Italian Model?
- Le proteste in Sudafrica sono un monito anche per l’Europa: l’integrazione va misurata prima che sia troppo tardi
- Europe Is Asking the Wrong Question About Immigration
- LIVE – La vera emergenza non è l’ingresso degli immigrati, ma la loro integrazione
- LIVE-La ReImmigrazione deve essere il punto di arrivo, non il punto di partenza
- Quanti sono nati in Italia? Le seconde generazioni impongono una nuova riflessione sull’integrazione
- L’Europa rafforza la lotta ai trafficanti. Ora serve una strategia per misurare l’integrazione.
- Sui social si parla di immigrazione incontrollata. Il vero problema è l’integrazione incontrollata.
- Lettera aperta a Gianni Alemanno
- LIVE – Perché la ReImmigrazione non è una remigrazione di massa
- D-Day, Pete Hegseth and the Future of Integration in Europe
- LIVE-Perché la politica continua a discutere di slogan invece che di riforme
- 217.000 nuove cittadinanze in un anno: lo Stato misura davvero l’integrazione?
- Il Paese chiede legalità. La politica continua a discutere di immigrazione senza misurare l’integrazione.
- Le 150.000 firme sulla remigrazione dimostrano che l’Europa cerca risposte nuove. Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” prova a costruirne una giuridicamente sostenibile.
- Piantedosi ha ragione: la remigrazione è solo un insieme di chiacchiere. Ora serve il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”
- El Día D, Pete Hegseth y el futuro de la integración en Europa
- LIVE-Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” tutela anche gli stranieri regolarmente integrati
- Il costo del welfare dipende anche dall’integrazione?
- Il dibattito sulla cittadinanza dimentica la domanda più importante: come misuriamo l’integrazione?
- MAROCCO-FRANCIA: non è solo una partita di calcio
- L’articolo di Ferruccio De Bortoli sulla remigrazione dimostra perché l’Europa deve iniziare a parlare del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”
- D-Day, Pete Hegseth und die Zukunft der Integration in Europa
- LIVE-Le seconde generazioni dimostrano perché bisogna misurare l’integrazione dei genitori
- Il 9,4% della popolazione è straniera: serve una politica dell’integrazione, non dell’emergenza
- Quali prestazioni del welfare potrebbero ridursi grazie a una maggiore integrazione?
- I contratti milionari del Governo USA con società private dimostrano che senza integrazione l’immigrazione diventa solo gestione dell’emergenza
- Le Débarquement, Pete Hegseth et l’avenir de l’intégration en Europe
- LIVE-L’integrazione deve essere valutata periodicamente, non una sola volta
- 5,56 milioni di stranieri in Italia: il dato che impone un cambio di prospettiva
- La sanatoria spagnola apre una falla europea: regolarizzare senza integrazione significa esportare il problema nello spazio Schengen
- D-Day, Pete Hegseth, and the Future of Integration in Europe
- La protezione complementare dimostra che l’integrazione può già essere valutata
- Il 9,4% della popolazione è costituito da cittadini stranieri residenti. Perché continuiamo a non misurare l’integrazione?
- L’articolo del Sole 24 Ore sulla politica del capitale umano apre un dibattito importante: dopo il capitale umano, serve una politica dell’integrazione
- Il D-Day, Pete Hegseth e il futuro dell’integrazione in Europa
- LIVE-Perché i decreti flussi devono essere superati
- “Matone (Lega): «La remigrazione non esiste»” – proprio da questa consapevolezza nasce il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”
- I numeri dell’immigrazione in Italia: cosa raccontano davvero i dati ufficiali?
- Il futuro dell’immigrazione si gioca sull’integrazione: il dibattito che la politica continua a rinviare
- La critica del vescovo Cahill apre lo spazio per il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”
- “Irpef, la Lombardia è più ricca anche grazie alle tasse pagate dagli immigrati” – il contributo fiscale è importante, ma non può essere l’unico criterio delle politiche migratorie
- La nozione di vita privata nella protezione complementare. Osservazioni sul decreto del Tribunale di Firenze del 17 giugno 2026 (R.G. n. 11675/2025)
- “Prevost: gli immigrati hanno plasmato l’America” – la storia non può diventare un argomento per evitare il tema dell’integrazione
- L’Entry/Exit System insegna una lezione: le politiche migratorie si costruiscono con anni di anticipo
- D-Day, Pete Hegseth and the Future of Integration in Europe
Lascia un commento