La celebre affermazione di Milton Friedman continua ancora oggi a suscitare un dibattito enorme:
“You cannot simultaneously have a welfare state and free immigration.”
Per molto tempo questa frase è stata liquidata come una provocazione ideologica. Oggi, invece, appare sempre più come una delle questioni centrali dell’Europa contemporanea.
Friedman non era contrario all’immigrazione in quanto tale. Da economista liberale, vedeva positivamente la mobilità del lavoro e la circolazione delle persone. Tuttavia aveva compreso una tensione strutturale che molti governi europei hanno a lungo sottovalutato: un sistema di welfare molto esteso richiede coesione sociale, equilibrio economico e forte partecipazione contributiva. Se l’immigrazione diventa troppo ampia, troppo rapida o priva di reali meccanismi di integrazione, quel sistema rischia progressivamente di entrare in crisi.
Ed è esattamente ciò che oggi si intravede in molte società europee.
L’Europa del dopoguerra aveva costruito il proprio modello sociale dentro società relativamente omogenee, caratterizzate da crescita demografica, fiducia reciproca e forte identità collettiva. Quel modello presupponeva implicitamente che chi entrava nel sistema sarebbe diventato parte integrante della comunità nazionale, condividendone lingua, regole, valori e responsabilità.
Ma negli ultimi decenni il quadro è cambiato radicalmente. La crisi demografica ha colpito gran parte dell’Europa occidentale. In Paesi come Italia, Spagna o Germania il tasso di natalità è ormai stabilmente sotto il livello di sostituzione generazionale. Parallelamente, molti governi hanno iniziato a considerare l’immigrazione come uno strumento necessario per sostenere il mercato del lavoro e compensare l’invecchiamento della popolazione.
Tuttavia, proprio qui emerge il dilemma previsto da Friedman.
Il problema non è semplicemente il numero degli immigrati. Il vero nodo è la capacità di integrazione delle società ospitanti. Se l’integrazione rimane soltanto amministrativa o burocratica, senza trasformarsi in reale adesione alla comunità nazionale, il rischio è quello della frammentazione sociale e della progressiva perdita di coesione culturale.
Ed è qui che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” prova a inserirsi come possibile risposta ai due estremi che oggi dominano il dibattito europeo.
Da una parte vi è il multiculturalismo passivo, che tende a immaginare che qualunque flusso migratorio possa automaticamente integrarsi nel tempo. Dall’altra stanno emergendo visioni rigidamente identitarie che considerano l’immigrazione quasi esclusivamente come una minaccia alla continuità europea.
Entrambe queste impostazioni appaiono però insufficienti.
La prima sottovaluta la capacità limitata di assorbimento delle società europee. La seconda ignora che l’Europa, colpita dall’inverno demografico, continuerà comunque a confrontarsi con fenomeni migratori nei prossimi decenni.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” tenta invece di costruire una terza via. Non una società senza immigrazione, ma un’immigrazione governata, selettiva e subordinata alla capacità concreta di integrazione.
In questa prospettiva, la permanenza stabile nello Stato non dovrebbe dipendere soltanto dalla presenza fisica sul territorio o dal semplice possesso di un documento amministrativo. Dovrebbe invece essere collegata a elementi sostanziali: conoscenza della lingua, rispetto delle regole, inserimento lavorativo, adesione minima ai principi fondamentali della società ospitante e reale partecipazione alla comunità nazionale.
L’integrazione smette così di essere uno slogan astratto e diventa il vero criterio di sostenibilità del sistema.
Ed è probabilmente qui che il pensiero di Friedman acquista oggi una nuova attualità. Perché il problema non è l’immigrazione in sé, ma la capacità dello Stato di trasformare l’immigrazione in integrazione reale, stabile e contributiva.
Senza questa capacità, il rischio è che la crisi demografica europea non venga realmente risolta, ma semplicemente sostituita con una crescente crisi di coesione sociale e identità culturale.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista — Registro per la Trasparenza UE n. 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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