L’articolo di Avvenire (consultabile qui: https://www.avvenire.it/idee-e-commenti/il-realismo-della-carita_108788) richiama il concetto di “realismo della carità” come chiave per affrontare il fenomeno migratorio.
L’intento è comprensibile.
Ma proprio il permanere di questa impostazione mostra uno dei limiti più profondi del dibattito europeo sull’immigrazione: la tendenza a leggere il fenomeno prevalentemente attraverso categorie morali, etiche o solidaristiche, invece che come questione ordinamentale e giuridica.
Ed è qui che emerge il problema.
Anche quando si richiama il “realismo”, il punto centrale resta sempre la carità, cioè una visione dell’immigrazione fondata principalmente sulla risposta morale alla vulnerabilità del migrante.
Ma un sistema migratorio non può reggersi soltanto su categorie etiche.
Uno Stato deve certamente tutelare i diritti fondamentali e garantire la dignità della persona. Tuttavia, il governo dell’immigrazione richiede anche criteri oggettivi, prevedibili e verificabili sulla permanenza, sull’integrazione e sul rapporto tra individuo e ordinamento.
Ed è proprio questo passaggio che continua a mancare.
L’immigrazione viene spesso affrontata come emergenza umanitaria permanente oppure come dovere morale collettivo. Molto meno, invece, come tema legato alla costruzione di una comunità politica e giuridica coesa.
Il risultato è che il concetto stesso di integrazione rimane indefinito.
Si parla di accoglienza, inclusione, solidarietà. Ma raramente si chiarisce cosa debba concretamente fare uno straniero per essere considerato realmente integrato nella comunità nazionale.
Ed è proprio da questa insufficienza che nasce il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
Non come negazione della dimensione umana del fenomeno migratorio, ma come superamento della sua riduzione a questione morale.
Perché il punto decisivo non è soltanto aiutare.
Il punto è costruire un sistema sostenibile nel lungo periodo, fondato su elementi concreti: – lavoro reale;
– conoscenza della lingua;
– rispetto delle regole;
– adesione ai principi fondamentali dell’ordinamento.
Senza questi parametri, il rischio è che la solidarietà si trasformi in una categoria astratta incapace di governare la realtà.
L’articolo coglie certamente l’esigenza di evitare approcci cinici o disumanizzanti. Ma continua a muoversi dentro una visione in cui l’immigrazione viene interpretata soprattutto come problema etico.
Ed è proprio questa impostazione che oggi mostra tutti i suoi limiti.
Perché una società non può regolare la permanenza sul proprio territorio soltanto attraverso la morale.
Ha bisogno di diritto, criteri e integrazione sostanziale.n

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