Esiste un errore che l’Europa continua a commettere da anni: affrontare il tema immigrazione oscillando continuamente tra propaganda ideologica e negazione della realtà.
Da una parte vi è chi riduce ogni straniero a un potenziale criminale. Dall’altra chi continua a sostenere che non esista alcuna correlazione tra immigrazione di massa, marginalità sociale e aumento di determinate forme di criminalità. Entrambe le posizioni impediscono una analisi seria del problema.
I numeri relativi alla sovrarappresentazione degli stranieri nei sistemi penitenziari europei esistono e non possono essere semplicemente ignorati. Ma questi dati devono essere letti con rigore, senza scorciatoie propagandistiche e senza semplificazioni etniche.
Il vero nodo riguarda il fallimento dell’integrazione reale.
Per troppo tempo l’Europa ha pensato che l’integrazione fosse automatica. Come se bastasse entrare in un territorio per diventare parte di una comunità nazionale. Ma nessuna società nella storia ha mai funzionato così.
Non è un caso che l’ordinamento italiano abbia introdotto già nel 2012 l’Accordo di Integrazione, uno strumento giuridico che collega la permanenza dello straniero sul territorio nazionale al rispetto di determinati obblighi: conoscenza della lingua italiana, adesione ai principi fondamentali della Costituzione, rispetto delle regole della convivenza civile e partecipazione al percorso di integrazione sociale.
Il problema è che, nella realtà concreta, questo sistema è stato progressivamente svuotato e di fatto quasi disapplicato.
L’Accordo di Integrazione avrebbe dovuto rappresentare il cuore del modello italiano di integrazione. Invece, nella maggior parte dei casi, è rimasto un meccanismo puramente burocratico, raramente verificato in modo serio e quasi mai utilizzato come reale criterio di valutazione del percorso dello straniero sul territorio nazionale.
Si è così creato un enorme equivoco politico e culturale: parlare continuamente di integrazione senza pretendere realmente integrazione.
Ma una società non può reggersi soltanto sulla accoglienza formale. Se non esiste un effettivo controllo sul rispetto delle regole, sulla conoscenza della lingua, sulla adesione ai valori fondamentali della convivenza civile e sulla reale volontà di inserimento sociale, il rischio di marginalità e conflitto aumenta inevitabilmente.
Il problema non è l’origine etnica delle persone. Il problema è la incompatibilità crescente tra immigrazione di massa e assenza di efficaci processi di integrazione.
Ed è proprio qui che si inserisce il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. Non come slogan ideologico, ma come tentativo di affrontare una questione che molti governi europei hanno preferito rinviare per anni.
Uno Stato ha il diritto di chiedere integrazione reale. E ha anche il diritto di interrogarsi sulle conseguenze del fallimento di tale integrazione quando emergono situazioni di pericolosità sociale, criminalità stabile o rifiuto sistematico delle regole fondamentali della convivenza civile.
Trasformare tutto questo in propaganda è un errore. Ma continuare a negare il problema rischia di esserlo ancora di più.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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