Negli Stati Uniti si è svolta nelle scorse settimane la Border Security Expo 2026, uno dei principali eventi internazionali dedicati alle tecnologie di controllo delle frontiere, alla sicurezza migratoria e ai nuovi sistemi di sorveglianza digitale applicati alla gestione della mobilità umana.
Fonte ufficiale:
https://www.bordersecurityexpo.com/
L’evento, ospitato a Phoenix in Arizona, ha riunito agenzie federali statunitensi, industrie della difesa, aziende tecnologiche, produttori di sistemi biometrici, sviluppatori di intelligenza artificiale e operatori della sicurezza di frontiera. Tra i partecipanti figuravano rappresentanti del Department of Homeland Security (DHS), Customs and Border Protection (CBP) e Immigration and Customs Enforcement (ICE).
Ciò che rende particolarmente interessante questa fiera non è soltanto la presenza di nuove tecnologie, ma il modello di frontiera che emerge da queste innovazioni.
Per molti anni il controllo migratorio è stato associato soprattutto a elementi fisici e visibili: muri, pattugliamenti, barriere e controlli documentali. Oggi, invece, sembra prendere forma qualcosa di molto diverso. La frontiera non appare più soltanto come una linea geografica, ma come una rete tecnologica permanente basata su dati, sorveglianza integrata e monitoraggio predittivo.
Secondo il reportage pubblicato da The Verge, molte delle tecnologie presentate alla Border Security Expo ruotano attorno all’utilizzo di intelligenza artificiale, riconoscimento facciale, droni autonomi, sensori termici, radar intelligenti e piattaforme capaci di analizzare enormi quantità di dati in tempo reale.
Fonte:
https://www.theverge.com/report/928726/border-security-expo-cbp-ice-dhs-surveillance
Lo stesso articolo utilizza una formula particolarmente significativa: “The border is everywhere”.
Si tratta di una definizione che sintetizza perfettamente la trasformazione in corso. Il confine non viene più concepito soltanto come il punto fisico di ingresso nello Stato, ma come un sistema distribuito di controllo che può estendersi agli aeroporti, alle infrastrutture digitali, ai dati biometrici, ai movimenti finanziari, ai social network e perfino ai sistemi di geolocalizzazione.
L’aspetto probabilmente più rilevante riguarda proprio il ruolo crescente dell’intelligenza artificiale.
Secondo il Wall Street Journal, gli Stati Uniti stanno investendo miliardi di dollari nello sviluppo di sistemi automatizzati di sorveglianza delle frontiere, capaci di integrare droni, sensori, telecamere intelligenti e algoritmi predittivi.
Fonte:
https://www.wsj.com/tech/trumps-border-spending-spurs-boom-in-ai-infused-surveillance-4714521b
Tra le tecnologie mostrate durante la fiera figurano sistemi capaci di distinguere esseri umani da animali nel deserto, rilevare movimenti sospetti attraverso sensori autonomi, coordinare droni di sorveglianza e analizzare enormi flussi di dati senza intervento umano costante.
Il concetto stesso di “muro” sembra così evolversi verso quello di “frontiera intelligente”, cioè un’infrastruttura tecnologica permanente capace di monitorare, prevedere e filtrare la mobilità umana attraverso strumenti digitali sempre più sofisticati.
Anche Wired ha recentemente riportato che Stati Uniti e Canada stanno sviluppando programmi sperimentali basati su droni autonomi, reti 5G e sistemi binazionali di sorveglianza lungo il confine nordamericano.
Fonte:
https://www.wired.com/story/dhs-plans-experiment-running-reconnaissance-drones-along-the-us-canada-border/
Parallelamente, Reuters ha riferito dell’assegnazione di contratti miliardari per il cosiddetto “Smart Wall”, una nuova generazione di infrastrutture di confine basate su sensori, telecamere, sistemi di rilevamento e monitoraggio avanzato.
Fonte:
https://www.reuters.com/world/us/us-awards-45-billion-border-wall-contracts-dhs-says-2025-10-10/
Questa trasformazione non riguarda soltanto gli Stati Uniti. Anche l’Unione Europea sta progressivamente sviluppando sistemi sempre più integrati di controllo della mobilità internazionale. Il rafforzamento di Frontex, l’Entry Exit System, ETIAS, l’interoperabilità delle banche dati europee, il nuovo Patto su migrazione e asilo e le procedure accelerate mostrano chiaramente una tendenza comune: la gestione migratoria sta diventando sempre più una questione tecnologica.
Ed è proprio qui che emergono le questioni più delicate sul piano dei diritti fondamentali.
Storicamente il diritto d’asilo, la protezione internazionale e la protezione complementare si fondano su un principio essenziale: la valutazione individuale della persona. È il giudice, oppure un’autorità amministrativa soggetta al controllo giurisdizionale, che deve accertare la sussistenza dei presupposti della protezione internazionale o della protezione complementare, valutando il rischio di persecuzione, la vulnerabilità personale, il pericolo di trattamenti inumani o degradanti, il radicamento sociale e familiare e le specificità del singolo caso concreto.
Si tratta di valutazioni profondamente umane, che richiedono interpretazione, proporzionalità e analisi individuale.
L’evoluzione tecnologica apre però interrogativi enormi.
Se le frontiere diventano sempre più automatizzate, predittive e digitalizzate, il rischio è che anche l’accesso stesso alla procedura venga progressivamente filtrato da sistemi algoritmici prima ancora che la persona possa effettivamente esercitare il diritto di chiedere protezione.
La questione diventa quindi inevitabilmente giuridica oltre che tecnologica.
Sarà ancora un giudice ad accertare il diritto alla protezione internazionale o alla protezione complementare? Oppure saranno sistemi automatizzati a selezionare preventivamente chi possa accedere alla procedura e chi invece debba essere escluso già nella fase iniziale di ingresso?
È una domanda che tocca direttamente il cuore dello Stato di diritto.
Perché gli algoritmi non sono neutrali. Ogni sistema automatizzato opera sulla base di parametri, categorie di rischio, indicatori statistici e criteri definiti a monte. E quando questi strumenti vengono applicati alla gestione migratoria, il rischio è che la persona venga progressivamente trasformata in un profilo dati prima ancora che in un soggetto titolare di diritti.
Il problema diventa ancora più delicato nel momento in cui l’intelligenza artificiale viene utilizzata per valutare credibilità, individuare “profili a rischio”, analizzare comportamenti o stabilire priorità nell’accesso alle procedure.
In questi casi il confine tra gestione amministrativa e decisione sostanziale sui diritti fondamentali rischia di diventare estremamente sottile.
Ed è probabilmente qui che nei prossimi anni si svilupperà uno dei più grandi conflitti giuridici nel diritto dell’immigrazione europeo e internazionale.
Da un lato gli Stati rivendicheranno esigenze di sicurezza, rapidità, controllo dei flussi ed efficienza amministrativa. Dall’altro lato emergerà inevitabilmente la necessità di preservare il diritto alla difesa, il controllo giurisdizionale effettivo, la valutazione individuale e la tutela contro automatismi incompatibili con i diritti umani fondamentali.
La vera questione, dunque, non riguarda soltanto il futuro delle frontiere.
La questione centrale è comprendere se il diritto d’asilo, la protezione internazionale e la protezione complementare resteranno strumenti fondati sulla persona e sulla valutazione umana del caso concreto oppure se verranno progressivamente trasformati in sistemi di selezione tecnologica preventiva governati dagli algoritmi.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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