Gérald Darmanin è una delle figure politiche più influenti della Francia contemporanea. Esponente centrale dell’area macroniana, già Ministro dell’Interno e oggi Guardasigilli del governo francese, Darmanin è stato per anni uno dei principali responsabili delle politiche di sicurezza, immigrazione e ordine pubblico della Francia.
Le sue recenti dichiarazioni rappresentano probabilmente uno dei segnali politici più significativi degli ultimi anni nel dibattito europeo sull’immigrazione.
Il ministro francese ha infatti proposto una sospensione temporanea dell’immigrazione legale, sostenendo che la Francia sarebbe arrivata “al limite delle proprie capacità di integrazione e assimilazione”. Una presa di posizione che, fino a pochi anni fa, sarebbe stata considerata quasi impensabile all’interno delle principali élite istituzionali europee.
La questione è particolarmente rilevante proprio perché non proviene da movimenti marginali o anti-sistema, ma da uno dei principali esponenti dello Stato francese. E questo dimostra quanto il dibattito europeo stia cambiando rapidamente.
Per decenni il modello dominante si è fondato su un’idea relativamente semplice: l’immigrazione sarebbe stata compensata nel tempo dall’integrazione spontanea delle nuove generazioni. Scuola, cittadinanza, welfare e accesso ai servizi pubblici avrebbero progressivamente creato coesione sociale.
Ma gli eventi degli ultimi anni hanno progressivamente incrinato questa convinzione.
Le tensioni nelle banlieue francesi, la crescita della frammentazione culturale, le difficoltà legate alle seconde generazioni e l’aumento del conflitto identitario hanno alimentato una riflessione molto più critica sul multiculturalismo amministrativo.
Ed è significativo che Darmanin abbia rimesso al centro il concetto di “assimilazione”, termine che per lungo tempo era stato quasi espulso dal linguaggio politico europeo perché ritenuto incompatibile con la società multiculturale.
In realtà, il ritorno di questo concetto segnala una presa d’atto molto precisa: nessuna società può mantenere coesione sociale senza un nucleo comune di valori, lingua, regole e identità civica condivisa.
Ed è qui che il caso francese assume una rilevanza centrale anche rispetto al paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
L’idea di fondo è che l’integrazione non possa essere considerata automatica, irreversibile o puramente burocratica. Non basta la presenza fisica sul territorio nazionale, né il semplice possesso della cittadinanza. Serve una reale adesione culturale e sociale alla comunità ospitante.
La posizione espressa da Darmanin mostra inoltre un altro elemento fondamentale: una parte crescente delle classi dirigenti europee inizia a comprendere che il problema migratorio non riguarda soltanto i numeri, ma la sostenibilità complessiva del modello sociale europeo.
In altre parole, la questione non è più soltanto “quanti immigrati accogliere”, ma se l’Europa sia ancora in grado di garantire integrazione reale, sicurezza, coesione e continuità culturale in presenza di trasformazioni demografiche sempre più profonde.
Per anni chi poneva questi temi veniva accusato di allarmismo o xenofobia. Oggi, però, il fatto che tali riflessioni emergano apertamente anche ai vertici dello Stato francese dimostra che il dibattito sta entrando in una fase completamente nuova.
E forse la vera novità politica non è tanto la proposta di sospendere l’immigrazione legale, quanto il fatto che una delle principali nazioni europee stia iniziando a mettere in discussione il paradigma multiculturalista che ha dominato gli ultimi decenni.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista – Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea n. 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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